Diventare euroscettici in tre mosse: ein, zwei, drei

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Il tedesco è sicuro di sé nel peggiore dei modi, nel modo più disgustoso e inesorabile, perché è ciecamente convinto di sapere la verità: una scienza, cioè, da lui stesso elaborata. (Lev Nikolaevic Tolstoj, Guerra e pace)

Anche gli europeisti più convinti stanno iniziando a sentirsi a disagio di fronte a mesi (anni) di interventi europei poco comprensibili decisi in tavoli ristretti dove l’Italia non siede; di fronte a palmari cecità riguardo a fenomeni rilevanti che non si riescono ad affrontare efficacemente e con unitarietà d’intenti. Qui non si tratta più di polemiche di retroguardia riguardo alla moneta unica, che c’è e dalla quale non si può pensare di uscire senza pagare prezzi elevati ma di qualcosa di molto più grave, la natura stessa dell’Unione e la sua possibilità di sopravvivere nel prossimo non lontano futuro. Le perplessità, trasformatesi in dubbi, poi in delusioni e ora in timori, riguardano una grande varietà di temi, tutti collegati, alcuni dei quali arrivano poco alla grande platea di italiani che potrebbero non cogliere appieno, fra l’altro, le ragioni del grande agitarsi del nostro Presidente del Consiglio che sta alzando sempre più lo scontro con Bruxelles per motivi che, se pur sospinte dalla foga di un carattere aggressivo, hanno fondate ragioni di preoccupazione e di urgenza.

Mi scuserete se, al fine di semplificare il discorso, sorvolerò alcuni argomenti troppo tecnici e sarò sintetico su altri. Le principali questioni che non stanno funzionando in Europa, a scapito degli interessi italiani, sono queste:

  • un tavolo decisionale troppo ristretto centrato sulla Germania con l’aiuto di alleati storici (Olanda per esempio) e di una sorta di asse funzionale (ormai in declino) con la Francia. La Germania, in questo periodo storico, non è il Paese “buono” o “illuminato” che sa bene cosa occorre fare per tenere a freno partner irrequieti, immaturi, indisciplinati. Se forse è stato così diversi anni fa (non molti, per la verità), oggi non è più così; la Germania appare sempre di più come il decisore reale e l’utilizzatore finale dell’Unione, conducendo azioni, politiche e relazioni finalizzate ai propri interessi anche a scapito di quelli di altri partner; ciò è visibile per esempio in quello che Lucia Annunziata chiama “il grande tradimento della Merkel nel suo rapporto con la Russia”: prima insistenza sulle sanzioni (condivise da tutti, semmai obtorto collo) e poi il suo accordo Nord Stream (entrambe le scelte sono state deleterie per l’Italia). E si tratta solo di uno fra i molti esempi possibili;
  • la comprovata cecità geopolitica e l’incapacità di reagire alle devastanti crisi che circondano la cittadella europea, con conseguenze gravissime che si riversano solo, o principalmente, su alcuni paesi (quali l’Italia). Russia e crisi ucraina a parte, basti pensare alla contraddittoria gestione del problema dei migranti; Angela Merkel ha fatto prima improvvide dichiarazioni di accoglienza dei rifugiati incentivando il loro arrivo, per poi fare una repentina marcia indietro di fronte alla pressione politica interna e, in particolare, in seguito a fatti che hanno agitato l’opinione pubblica tedesca (per esempio gli incidenti di capodanno a Colonia); le conseguenze si sono scaricate sul resto d’Europa, continuando a non riconoscere la drammatica solitudine dei Paesi del confine Sud (Italia e Grecia), arroccandosi come nulla fosse sul Trattato di Lisbona. Ancora: da molto tempo l’Italia segnala l’importanza della crisi libica; per affrontarla saranno necessari oneri pesanti, non solo finanziari, a nostro carico. E ci sarebbe da parlare di Turchia ma mi fermo;
  • il permanere di rigide discipline finanziarie, regolamenti restrittivi, mancanza di una qualunque prospettiva di rilancio economico (promesso da Juncker quando cercava voti anche fra i socialdemocratici europei, che probabilmente sapevano essere una mezza bufala ma hanno avute pochissime possibilità di scelta) perché di scarso interesse per Germania e soci.
  • E non ho parlato del trattamento di favore che l’Europa sta incredibilmente offrendo alla Gran Bretagna per evitare la Brexit, trattamento certamente non riservato ad altri paesi, mostrando in ciò i diversi e stratificati livelli di gestione, di intesa e di tolleranza che la guida europea del momento sta mostrando (un’analisi del perché la trattativa con la Gran Bretagna sia più che discutibile la trovate QUI).

Questo impaludamento dei destini europei è visibile da molto tempo e segnalo che su HR (un blog senz’ombra di dubbio molto europeista) ne avevamo parlato nella puntata dedicata all’Europa di un trittico uscito ad Aprile dell’anno scorso, in cui un autorevole gruppo di sociologi indicava con chiarezza la malattia del continente e la sua difficile soluzione (trovate QUI l’articolo); il problema a monte è che non c’è mai stata un’Europa politica, quindi “sociale”, quindi potenzialmente solidale, ma solo un’Europa economico-finanziaria in cui le logiche neoliberiste hanno potenziato gli egoismi nazionali. Ciò che è cambiato da un anno a questa parte, tale da rendere il malumore vera preoccupazione, è il sovrapporsi delle crisi e la mancanza di spessore di chi, in Europa, regge le sorti dell’Unione. Merkel a parte (donna straordinaria nel bene e nel male ma anche lei in difficoltà) non si vedono leader con una prospettiva credibile. Quello che si vede è il consolidamento dell’alleanza fra paesi (del Nord) virtuosi con conti economici a posto e debito ridotto e paesi (specie del Sud) che sono invece molto indietro in questo percorso e che sono visti con sospetto dai precedenti. L’Italia fa parte di questo secondo gruppo e, malgrado il battere i pugni sul tavolo, le riforme sono ancora indietro, una buona parte è lontana dall’essere compiuta, il debito è in crescita e – cosa rilevantissima – gli stereotipi negativi, dopo decenni di figure meschine da parte di macchiette nel ruolo di Primo Ministro, continuano malgrado gli apprezzamenti formali a Monti, poi a Letta e poi (inizialmente) a Renzi.

La situazione presenta purtroppo uno stallo dovuto al contrapporsi di due elementi antitetici. Da un lato l’Italia ha urgenza di rompere l’egemonia germanica e uscire dall’isolamento, entrare nel club di chi decide, disporre di un’ulteriore flessibilità per il rilancio economico, ottenere reali aiuti per fronteggiare i flussi migratori e intervenire adeguatamente in Libia. D’altra parte non c’è nessun motivo per la Germania, per Junker, per tutti i “virtuosi” e i burocrati, di fidarsi di Renzi più di quanto si siano fidati per vent’anni dei suoi predecessori; pretendono quindi di vedere compiuto il vagheggiato nuovo corso renziano, ridotto il debito e via tutto il rosario di attese alimentate dal sospetto sulla solita furbizia italica. E poi, onestamente, perché mai chi è leader e ne trae i relativi vantaggi dovrebbe acconsentire facilmente a spartire la propria posizione?

In conclusione vorrei soffermarmi su Renzi, il suo ruolo e il suo attuale atteggiamento verso l’Europa. Il sospetto di eccessiva furbizia è legittimo, considerando il complessivo quadro economico e politico italiano; anche noi di HR speriamo che il molto rumore non sia semplicemente una tattica per fare accettare a Bruxelles un’ulteriore flessibilità sul deficit non già per sostenere investimenti produttivi ma, al solito, per pagare la spesa corrente. Confidiamo che non sia così e, entro i limiti di questa ipotesi, crediamo che gli sforzi di Renzi abbiano valide ragioni, come già spiegato. Molti commentatori esprimono perplessità sulla sua aggressività, spesso alimentate anche dal serpeggiante antirenzismo di natura prevalentemente ideologica. Renzi può piacervi o dispiacervi ma, in questo momento, stiamo parlando di Italia e di Europa e io personalmente ritengo che malgrado tutto, malgrado lo stigma dell’italianità furba e inaffidabile che ci siamo costruiti con le nostre mani, malgrado le incertezze sulle riforme che a molti legittimamente non piacciono, malgrado tutto quello che vi pare, se stiamo fermi continuando a subire l’arroganza, non solo verbale, di Merkel e di Bruxelles, l’Italia rischia conseguenze serie. La strategia di Renzi sarà quella vincente? C’è da dubitarne se non si daranno due condizioni imprescindibili: un Paese che lo sostiene alle sue spalle e una coalizione di altri paesi ai suoi fianchi. C’è motivo di credere che nell’Italia dei particolarismi e dagli sguardi corti in pochi capiscano che si può criticare Renzi in Parlamento sulle riforme ma sostenerlo a Strasburgo e Berlino. Riguardo il secondo punto forse c’è più spazio di manovra, considerando che non è certo la sola Italia ad aver imboccato il piano inclinato del declino e della marginalità.

Risorse:

Devo ringraziare Filippo Ottonieri per la sua riflessione e Alberto Baldissera per i preziosi suggerimenti alla prima stesura.

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