L’abolizione delle Province nella riforma costituzionale

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Le Province hanno ricevuto la sentenza di morte con la legge ordinaria 56/2014 (legge Delrio) che le ha sostanzialmente private di rappresentanza politica e svuotate di parte delle già modeste competenze originarie (si veda il comma 85 dell’art. 1); l’unica funzione strategica detenuta dalle Province, relativa al mercato del lavoro e alla gestione dei Centri per l’Impiego, è stata risolta col decreto 150 del 14 Settembre 2015 che ha istituito l’ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro) che (art. 4) coordina i servizi per le politiche del lavoro sotto la vigilanza del Ministero del Lavoro (art. 3); insomma, i Centri per l’Impiego sono stati nazionalizzati, con una scelta che ha sollevato non pochi dubbi sull’efficacia conseguente a questa maggiore distanza dai territori. Le poche funzioni residue non giustificano l’esistenza di questo Ente intermedio e nella riforma costituzionale è prevista la loro definitiva scomparsa.

Diversamente da altre proposte della riforma quindi, questa sulle Province ha una storia in un certo senso autonoma e parallela. Il pensiero politico era già orientato a questo superamento e pendeva la questione dell’art. 114 della Costituzione che stabilisce:

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

(oltre, ovviamente, ad altri articoli collegati).

Volendo quindi discutere della bontà o meno di questo elemento della riforma, le questioni da indagare sono a mio avviso queste:

  1. è giusto abolire le Province (con legge ordinaria e costituzionale)?
  2. è giusto procedere in questo modo (in particolare con questa riforma costituzionale)?

Il primo punto riguarda l’oggetto dell’intervento, e quindi efficacia ed efficienza, utilità, costi dell’Ente Provincia; il secondo punto riguarda il processo di eliminazione, la visione politica, l’efficacia legislativa, incluse riflessioni su eventuali squilibri istituzionali e via discorrendo.

La necessità di abolire le Province è già stata sottolineata da Hic Rhodus con un post scritto all’epoca della legge Delrio. Quel post è tuttora valido per spiegare come le Province rappresentassero un inutile centro di costo pubblico, più ricco di sprechi che di utilità, con incomprensibili sovrapposizioni di competenze con altri Enti etc. In quel post troverete dati, numeri e considerazioni puntuali; quindi sì, abolire le Province dovrebbe essere un passo avanti verso la semplificazione amministrativa, l’efficienza pubblica, la chiarezza amministrativa, con conseguenze positive sulla vita dei cittadini e delle aziende. Ma, come spiegavamo in quello stesso articolo, questo ha senso entro una visione politico-amministrativa che vada ben oltre; servirebbe analoga intraprendenza per accorpare i piccoli Comuni (e ci sono difficoltà enormi come abbiamo spiegato QUI); bisognerebbe accorpare le Regioni (ma non è semplice a quanto pare, ne abbiamo parlato QUI); bisognerebbe abolire gli statuti regionali speciali (sembra impossibile riuscirci come abbiamo spiegato QUI); e altro ancora. Di tutto il farraginoso marchingegno amministrativo italiano le Province hanno rappresentato semplicemente l’anello debole, quello più facilmente aggredibile nell’immediato. Poiché non siamo afflitti da benaltrismo, lungi da noi disprezzare l’intervento; le Province, ripetiamo, non rappresentavano altro che un vecchio residuo amministrativo, scarsamente utile e inutilmente costoso; ma se il Governo non metterà seriamente mano a tutta l’articolazione amministrativa italiana, in un quadro di maggior efficienza per i cittadino, questa operazione, di per sé, avrà avuto un’utilità limitata (non sarà stata inutile; ma sarà stata di utilità limitata).

Più complicato discutere nel metodo, vale a dire: si è proceduto bene? Il colpo di spugna sulla Carta costituzionale del lemma |Province| non provoca danni, disequilibri, confusioni? Alcuni critici sostengono di sì.

  • C’è il problema del ricollocamento dei lavoratori delle Province; al di là di casi di gravi disagi, che saranno probabilmente in numero limitato, è chiaro che anche semplicemente abbandonare un luogo di lavoro conosciuto per cambiare ente, forse ruolo e mansioni, è un indiscutibile danno per diversi fra questi lavoratori; occorrerà però pur dire che in questo modo gli enti pubblici italiani non saranno mai modificati o aboliti, anche se giudicati inutili, perché ciò potrebbe danneggiare qualcuno, anche se favorisce la collettività;
  • i risparmi economici sarebbero limitati; questo non è affatto vero; gran parte dei commenti di questi mesi riguardano in realtà la fase di transizione fra la Legge Delrio e il referendum; ma specialmente i conti vengono solitamente fatti con ottica estremamente limitata non considerando, fra i costi, quelli futuri (se perdurassero per altri decenni questi enti) e quelli indotti (per esempio di cittadini e imprese che devono interagire con un ente in buona parte sovrapposto ad altri); anche se il tema dei costi della politica è eccessivamente ribadito dai sostenitori del Sì (sia riguardo a Province che Senato), è indiscutibile che un calcolo economico serio dimostra facilmente il risparmio dovuto all’abolizione di questi enti;
  • alcuni servizi gestiti dalle Province saranno tagliati; non si capisce il perché; così come i servizi e le politiche del lavoro sono state ridisegnate (come scritto precedentemente) così succederà per ognuno dei (pochissimi) servizi gestiti dalle vecchie Province; QUI un quadro abbastanza esauriente, anche se non recentissimo, delle logiche soggiacenti questi trasferimenti di competenze.

In conclusione, quindi, una scelta felice e apprezzabile? Sì e no. Come scritto sopra ha senso – secondo noi – abolire le Province entro un quadro chiaro e completo di riorganizzazione delle diverse Autonomie, dai Comuni alle Regioni fino al Parlamento. Anche se qualcuno avrà certamente questa visione complessiva, essa non è patrimonio condiviso della popolazione. Abolire le Province ha un senso solo entro una successione di interventi che non possono essere affastellati, uno dietro l’altro, sullo stimolo del momento. Oggi, con l’eventuale approvazione della riforma costituzionale, avremmo un Senato semi-abolito, delle Regioni depotenziate grazie alle modifiche sul Titolo V, le Province completamente abolite e i Comuni uguali ad ora. Ci sono disegni di legge per l’accorpamento delle Regioni e dei Comuni, assolutamente contrastati e comunque non inclusi in una sola visione generale. Questo dà l’impressione di una navigazione a vista e non di una razionale politica di ammodernamento amministrativo.

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