M5S e Reddito di cittadinanza, tra bufale e bugie

Nella confusione di questi giorni, in cui il toto-governo alterna freneticamente scenari di alleanze più o meno probabili, assistiamo ad aperture, chiusure, appelli, levate di scudi, sondaggi-bidone, tutto naturalmente senza alcun riferimento a contenuti politici o programmatici che possano essere alla base della costituzione di un governo che, piaccia o no, sarà di coalizione (o non sarà affatto).

In realtà, un argomento di programma che ha attirato su di sé l’attenzione di elettori e commentatori c’è: il cosiddetto Reddito di cittadinanza proposto dal M5S (d’ora in avanti lo chiamerò RdC). Non si tratta di una novità: già all’inizio della legislatura che è agli sgoccioli il M5S aveva presentato un disegno di legge sull’argomento, che abbiamo a suo tempo commentato (anche spiegando perché il RdC non è un …reddito di cittadinanza).

Se la centralità di questo tema è certamente un successo comunicazionale del M5S (chi detta l’agenda politica ha un vantaggio evidente), capita però ancora di leggere cose inesatte o approssimative, o chiaramente distorte, sul merito della proposta, sulla sua realizzabilità e sui suoi possibili effetti. Abbiamo quindi pensato di tornare sull’argomento, anche alla luce del mutato contesto politico; proverò quindi a dimostrare nel seguito che il RdC è una proposta che risponde a un’esigenza reale, che così come il M5S lo propone è irrealizzabile, che (se per un intervento soprannaturale fosse realizzato) i suoi effetti sarebbero disastrosi, e, infine, che però qualcosa che ne ricalchi lo spirito è realizzabile e anzi è anche in parte stato avviato. Capisco che possa sembrare che questi punti siano contraddittori tra loro; vediamo.

reddito di cittadinanza
Come il M5S spiega il “loro” Reddito di cittadinanza. Con qualche “licenza poetica”…

Qui sopra, riporto un’infografica pentastellata per riassumere il contenuto del disegno di legge citato, precisando en passant solo che le “8 ore a settimana” sono “al massimo otto ore alla settimana”, che le “2 ore al giorno di corso di formazione” sono pura fantasia (il candidato ha semmai l’obbligo di “cercare attivamente lavoro” per due ore al giorno, dove questa “ricerca attiva” è documentabile “attraverso l’accesso dedicato al sistema informatico nazionale per l’impiego”), che il RdC si applicherebbe anche ai pensionati (ma è ovviamente errato parlare di una “pensione minima di 780 Euro” visto che il RdC è per nucleo familiare), ai lavoratori autonomi che guadagnino (cioè dichiarino) meno di 9.360 Euro l’anno se single.

Il RdC risponde a un’esigenza reale: di questo sono assolutamente convinto, ma bisogna chiarire bene di quale esigenza si tratti. Come sappiamo, il mercato del lavoro è in continua trasformazione: senza spendere troppe parole, i “vecchi lavori” tendono a sparire, i “nuovi lavori” richiedono competenze diverse, e, in prospettiva, l’intensità di lavoro umano necessario tende a calare. Quindi, anche se crediamo all’idea che alla fine si creeranno tanti nuovi lavori quanti se ne perdono di vecchi, è comunque chiaro che è necessario riconvertire molti “vecchi” lavoratori, che si tratta di un processo lungo e continuo (perché l’innovazione non si arresta), e che non tutti riusciranno davvero a riconvertirsi, mentre i tradizionali ammortizzatori sociali esistenti in Italia, come la Cassa Integrazione, sono pensati per affrontare crisi congiunturali, non strutturali, e in presenza di crisi strutturali finiscono per finanziare il non lavoro, anziché difendere o creare posti di lavoro veri, come abbiamo discusso più volte anche qui. Dall’altra parte, esiste il problema della povertà: le distanze tra primi e ultimi nella nostra società si allargano, e negli anni più duri della crisi anche chi ha un lavoro ha visto crescere il rischio di finire in povertà. Quando parlo di povertà intendo povertà assoluta, perché è quella che implica essere oggettivamente in grave disagio, e non la povertà relativa, che è una condizione relativa, appunto, alla media del benessere del paese in cui si vive. Anche contro la povertà sono necessarie misure attive, proprio perché il sistema economico in cui viviamo tende invece ad accentuare le differenze.
Il RdC ha l’ambizione di rispondere a entrambi questi problemi, che sono collegati ma non identici, in modo però astratto e contraddittorio.

Anche per questo, il RdC è irrealizzabile. Non parlo di “un” RdC, ma del RdC come lo ha definito il M5S nella sua proposta di legge. Le ragioni sono molte, e ne elenco solo alcune:
Il costo: il disegno di legge pentastellato determina in circa 16-17 miliardi di Euro il costo del RdC. Altri analisti indipendenti hanno variamente riesaminato questa stima, e personalmente mi atterrei alla valutazione di lavoce.info che si colloca a 29 miliardi l’anno. A fronte di questo, le coperture indicate nel DDL sono tra le più inattendibili (non è un’esclusiva pentastellata questa, purtroppo), e, in sostanza, la verità è che quei soldi non ci sono.
Il meccanismo: il DDL attribuisce un ruolo chiave nell’intero apparato del RdC ai Centri per l’impiego. In particolare, prevede da un lato la costituzione di una «struttura informativa centralizzata» su scala nazionale per la gestione del RdC; dall’altro che le domande siano raccolte e gestite appunto dai Centri per l’impiego, che dovrebbero anche provvedere «alla registrazione, nel sistema informatico nazionale per l’impiego, della scheda anagrafico-professionale del cittadino». Tutto questo oltre, ovviamente, a trovare un lavoro ai beneficiari del reddito, sottoporglielo, raccogliere adesioni e rifiuti, eccetera. Qualcuno è mai stato in un Centro per l’impiego? Anche solo per svolgere il ruolo già oggi loro assegnato andrebbero rifondati (consiglio di leggere questo articolo su lavoce.info).
Il mercato del lavoro: l’Italia non è la Germania (per molte ragioni). Il canale preferenziale per trovare lavoro sono ancora le relazioni familiari e sociali, mentre i Centri per l’impiego veicolano ben pochi posti di lavoro, il 2,5% secondo dati recenti. Pensare che possano trovare fino a tre proposte di lavoro per ciascun disoccupato (o anche solo per coloro che non sono in grado o non vogliono trovarlo da sé) è semplicemente ridicolo. E, a causa della bocciatura referendaria della riforma costituzionale, la competenza sui Centri è regionale, mentre l’ANPAL (l’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro) ha poteri e capacità limitati. Una politica centralizzata del collocamento è cosa difficilissima, in queste condizioni.

Per questa combinazione di costo e impraticabilità, il RdC, se anche diventasse legge senza modificarne una virgola, sarebbe un autentico disastro, anche perché, paradossalmente, il reddito previsto è… troppo alto: 780 Euro per un single, e di più per una persona con famiglia, rappresentano, specie in certe zone d’Italia, una cifra concorrenziale con il salario di lavori non qualificati, rappresentando di fatto un disincentivo al lavoro, specie se, come è in realtà, i Centri per l’impiego non trovano lavoro a nessuno. Proprio per questo, evidentemente, il DDL del M5S include anche una misura (generica, sotto forma di delega, e ben poco pubblicizzata) per l’introduzione di un salario minimo orario pari a 9 Euro lordi (se faccio bene i conti, circa 1.500 Euro lordi al mese), misura a sua volta dagli effetti estremamente dubbi, visto che non sono tanto pochi, oggi, a guadagnare meno. Come minimo, comporterebbe un aumento del lavoro nero.
Considerato poi che in Italia gli inattivi (chi non lavora, non studia e non cerca lavoro, ed è quindi ovviamente ben poco “spendibile” sul mercato del lavoro) sono quasi il quintuplo dei disoccupati (chi è in cerca di lavoro), il RdC diventerebbe, dietro la facciata di una misura per incentivare la ricollocazione al lavoro, una forma di sussidio permanente contro la povertà relativa, alto abbastanza da auto-incentivarsi e da rappresentare un peso insostenibile per le casse pubbliche (e le tasche di chi paga le tasse, lavorando). A mio avviso, in sintesi, un disastro anche dal punto di vista degli stessi obiettivi essenziali dell’idea.

Ma il M5S sa che il RdC è irrealizzabile e potenzialmente disastroso? Certo che lo sa. D’altronde, proprio perché è il suo cavallo di battaglia, non può semplicemente rimangiarselo. Se andrà in qualche modo al governo, dovrà realizzare qualcosa di simile, o pagare un prezzo altissimo in termini di perdita di consensi.
Una soluzione, però, forse esiste. Dato che, come scrivevo, l’esigenza di combattere la povertà è reale, quello che il M5S potrà forse fare sarà porre in secondo piano l’obiettivo “riqualificazione e ricollocazione dei disoccupati”, che comunque non è percorribile senza una rifondazione dei Centri per l’impiego che non dipendono neanche dal governo nazionale; d’altronde, lo stesso Di Maio ha più o meno apertamente dichiarato a Porta a Porta che senza quella riforma non si può procedere. Nell’attesa (un’attesa probabilmente infinita, per i motivi che abbiamo visto), il M5S potrebbe rimettere mano al Reddito di Inclusione introdotto dai governi Renzi-Gentiloni (ne abbiamo parlato qui) e potenziarlo, specialmente allargandone la platea a tutti coloro che sono in stato di povertà assoluta, ma senza portarlo a un livello tale da essere contemporaneamente un gravame insostenibile per lo Stato e un disincentivo alla ricerca di un lavoro. Gli cambieranno nome, per non riconoscere il valore di qualcosa fatto dagli odiati predecessori, e tutti saranno contenti. Sarà, forse, il RdC 1.0.