Se ci tolgono la parola

Ho l’impressione, piuttosto fondata, che siamo entrati in una nuova stagione di fake e bufale e inganni social. Una stagione in cui non solo proliferano, ma assumono connotazioni differenti e tracimano sulle fonti di informazione. Oggi vediamo, ripetutamente, più volte al giorno, anche per chi ha una selezione di “amici” Facebook piuttosto intelligente, notizie false che sembrano vere, notizie che non sembrano politiche ma che – pur servendo solo come clickbaiting – alimentano passioni e reazioni, contestazioni da parte di siti di debunking e, a volte, smentite delle contestazioni, annunci di querele, e una cacofonia in cui nulla più è quello che sembra, e se anche lo fosse finisce nello stesso melting pot in cui tutto è sospeso. Se sei credulo, credi per partito preso solo a ciò che si adatta alla tua verità precostituita, se sei invece scettico finisci inevitabilmente per sospettare di qualunque notizia. La nuova frontiera del falso è, inevitabilmente, la dilatazione della realtà. I fischi agli esponenti del PD nel corso dei funerali delle vittime di Genova ci sono stati, ma il ruolo di Rocco Casalino per ampliarne il valore è stato innegabile ed efficace. La lettera del padre della ragazza morta ha fatto piangere migliaia di persone prima che qualcuno la smascherasse, ma era perfino scritta bene. E il presunto attivista PD che si augurava la morte di Salvini sotto le macerie? Prima smascherato come troll, poi rivalutato come persona reale…

Purtroppo non basta più dire, come alcuni mesi fa (ma forse eravamo ingenui…), che bisogna controllare le fonti. Mentre scrivo (sabato 18 agosto) uno dei titoli principali del Giornale è A Genova si contavano i morti. A Cortina la festa dei Benetton, che può essere vera, sia chiaro, ma che messa in evidenza sulla home del quotidiano serve opportunamente a scandalizzare, indignare, far levare i pugni contro Benetton, che non è la priorità, che non è necessario né utile, che non è il momento… Uguale rilievo su Libero; niente su Repubblica che invece – con taglio basso – ci ricorda che Salvini faceva festa la sera del crollo. Sul Manifesto nessuna delle due. Allora: posso anche andare a leggere i giornali ma se ne ho di preferiti dicono una cosa specifica che non posso più sapere se sia vera o no, mentre se li leggo tutti, o comunque molti, vedo le differenze ma non posso giudicare quale sia la verità.

La “verità”, poi, è una parola grossa. Torniamo ai fischi di Genova. Diciamo che hanno fischiato gli esponenti PD. Quanti? Quante persone hanno fischiato, quanto a lungo, con quale atteggiamento nell’insieme? Non voglio essere capzioso; potevamo immaginare da prima che ci sarebbero stati quei fischi, e c’è una lunga tradizione di autorità fischiate a funerali di Stato o di personaggi importanti. Ma converrete con me che un conto è un gruppetto isolato che fischia brevemente, nel mezzo di una folla composta; altro conto è una mezza sommossa popolare che si fa minacciosa oltre ai fischi. La notizia, però, è “Applausi a Salvini e Di Maio, fischi al PD”, senza contesto e spiegazioni. Questo è l’uso della verità per mentire. Il fatto è indubbiamente vero, ma viene resa “notizia” perché espunta dal contesto, priva di testimonianze, appaiata agli applausi a Di Maio, eccetera eccetera gli arnesi del mestiere dei giornalisti. Ciò rinforza l’identità dei populisti e deprime quella dei piddini, e l’effetto resta. Perché le parole plasmano la realtà e quei titoli, quelle notizie, più o meno vere, più o meno false, messe in evidenza oppure no, con una foto accanto oppure no, costruiscono la nostra realtà quotidiana (lo fa benissimo e meglio anche la televisione, di cui ho parlato QUI).

La situazione, riassumendo, è questa: i quotidiani – sempre stati di parte – hanno accentuato la loro funzione ideologica. Ammesso e non concesso che si possa essere “obiettivi”, che si possano separare i fatti dalle opinioni e corbellerie simili, è piuttosto chiaro che i quotidiani italiani presidiano, ciascuno, uno schieramento; sono tutti ideologici; alcuni meno (e sono più subdoli) altri più sfacciatamente. I social, dove ormai la maggior parte di noi passa comunque un certo tempo, sono trasformati in sentine di falsità di svariata natura, alcune non immediatamente politiche (come QUESTA segnalata poco tempo fa) ma comunque indirettamente funzionali a creare sentimenti positivi o negativi contro una minoranza, contro un comportamento, contro una categoria sociale, contro una forza politica. L’onda di falsità (incluse le mezze verità rammentate sopra) è tale da impedire un lavoro meticoloso e continuo di smascheramento, uno smascheramento che servirebbe comunque a poco, come ben sanno gli esperti di comunicazione.

In sintesi, ci stanno togliendo la parola. Comunicare è diventato una trappola; discutere significa perdersi in spirali di menzogne; leggere e documentarsi uno sfibrante percorso a ostacoli, nella disponibilità di pochi e comunque dall’esito incerto. Noi non possiamo più essere certi di nulla. La vera efficacia dell’onda lurida dei falsi è sistemica: non ha più importanza quel fatto o quell’altro, ma solo che tutto è incerto; nulla è credibile; ognuno ha titoli per citare brandelli di presunte verità, la cui incertezza inizia a non declinare neppure andandole a verificare. Se questo quadro è realistico cambia il volto della politica. Cambia la logica della convivenza. Se non possiamo fidarci della parola, di cosa? La socialità umana si fonda sulla parola; senza parola non comunichiamo, non lavoriamo, non scegliamo, non decidiamo, non ci coordiniamo, non impariamo… Se la parola diventa menzogna in maniera generalizzata la nostra comunicazione, oltre che fallace, diventa sospetta, mistificata, dissimulatrice, distorcente… La conseguenza è il ritirarsi, di ciascuno di noi, nelle credenze aprioristiche: io credo così, e quindi stabilisco che ‘così’ è la realtà. A livello politico significa che se sei grillino lo rimani, perché sai di non poterti fidare di nessun altro che affermi un’altra verità. Idem se sei piddino, o quel che vi pare.

L’onda della menzogna non pregiudica la credenza su singoli fatti specifici, ma ci priva della possibilità di empatire, e quindi di capire.

Adesso, se non siete sufficientemente spaventati, pensate brevemente alla falsificazione dei documenti, anche fotografici e sonori, alle straordinarie capacità tecnologiche per contraffare, pensate alla realtà virtuale, la possibilità di costruire un film dove si vede il vostro blogger sgozzare una donna in Spagna, o rubare un gioiello a Londra, o abusare di qualcun*, o dire cose di una enorme e compromettente gravità… Queste sono già possibilità reali. Se ancora se non ci si è arrivati è solo perché finora abbiamo fatto delle prove generali, ma i tempi sono maturi. Non solo le tecnologie ci sono, ma sono potentemente all’opera anche le volontà. Volontà spietate, amorali, interessate solo all’immediata finalizzazione di un profitto (economico, politico, simbolico…). Il futuro ci riserva una forma di comunicazione incomunicante; le “narrazioni” non varranno più in quanto vere o false, ma per la potenza simbolica evocata, per il capitale emotivo in grado di mobilitare. E questo incubo non può che essere il servitore di un potere assoluto e senza controlli, perché anche i controlli sono “parola”, ma la parola non avrà più senso.

7 commenti

  • nicola d'adamo

    Veramente ci è stata già tolta con la legge Mancino: senza che nessuno (di Sinistra) si indignasse!!!

  • Be, se non altro è un periodo d’oro per le scienze della comunicazione!

  • Nemo 72 123stella

    Secondo me ci tolgono l’attenzione.

    Perdiamo tempo e energie a fare pelo e contropelo alle milionate di news, fake news… reagiamo o non reagiamo ci controlliamo o abbiamo paura… eccetera. Litighiamo.

    Si perde di vista la domanda essenziale.

    Come si può non fare accadere un disastro come quello di Genova?

    Allora perderemmo tempo a capirne la genesi. Non per dare volpe a questo o quel partito. O a questo o quell’industriale. O a questo o quel faccendiere.

    Perderemmo tempo a capire quali sono stati i punti deboli del ponte. A partire dal progetto, dalle inadempienze delle persone alle falle del sistema che le ha rese possibili.

    E forse troveremmo una soluzione alternativa allo sfascio istituzionale che abbiamo. E che tra poco costruirà un nuovo ponte.

    Ma no.

    Stiamo sul pezzo …

    Facciamo chiarezza delle milionate di notizie messe li apposta per farci perdere tempo.

    E preghiamo.

    Ogni volta che passeremo sul nuovo ponte.
    Costruito con criteri…
    Di cui Nessuno parla ancora.

    Amen.

  • Aggiungerei un altro elemento all’evidente partigianeria dei giornali italiani: le dinamiche di mercato. I quotidiani sono prima di tutto imprese, e in quanto tali devono sopravvivere sul mercato: il quale ha delle regole piuttosto semplici, tra cui il fatto che se vuoi espanderti (o anche solo sopravvivere), devi cercare di adeguare l’offerta alla domanda.
    E, da che mondo è mondo, non tutto ciò che ha mercato è bello & buono, e non tutto ciò che è bello & buono ha mercato; i cinepanettoni hanno sempre incassato più dei film d’essay, MacDonald più di molte osterie e Ciao Darwin ha sempre fatto molto più share di Superquark. Nel giornalismo contemporaneo l’indignazione, il sensazionalismo e il luogo comune fanno semplicemente più click (cioè più denaro) della riflessione approfondita e ragionata.
    E con questo si arriva a un punto cruciale di un fenomeno degli ultimi anni: la criminalizzazione del finanziamento pubblico (discorso valido non solo per i giornali, ma anche per i partiti). L’idea che il finanziamento pubblico sia uno spreco sic et simpliciter è stata portata avanti da una specifica “area culturale” (mi si perdonerà se accosto il termine “cultura” alla suddetta area): quella che va da Grillo a Travaglio. Ancor oggi sul Fatto campeggia tronfia la scritta “Non riceve alcun finanziamento pubblico”, come se di per sé il riceverlo fosse un crimine.
    Ora, io non sono un anti-mercato: dico solo che ci sono delle “cose” che il mercato non può -per sua natura- gestire al meglio: tra queste spiccano la conoscenza, la satira e l’informazione.
    Non a caso, nel mio personale Feed RSS reader, ci sono molti siti senza scopo di lucro: oltre a Hic Rhodus di solito leggo Phastidio.net, Lavoce.info, NoisefromAmerika (per citare solo quelli itailani e più famosi).
    L’indipendenza vera consiste nel non dipendere nemmeno dai propri lettori.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Nel paese dove cio’ che soprattutto conta è “portare avanti il discorso”, molti portano avanti un discorso alquanto sgangherato, basato su termini stereotipati usati come manganelli: “populista”, “xenofobo”, “omofobo”, “Diverso” (la maiuscola è d’obbligo), “europeista”, “migrante”, “disperato”, “razzista”, “fascista”, “mondialista”, “antisemita”, “nazionalista”… Ognuno di questi termini trascina con sé un’ideologia prefabbricata. È una sorta di “prêt-à-porter” della moda del pensiero, seguitissima in Italia, paese dove le mode oltre tutto sono sempre esagerate. Mai quindi che nelle discussioni si cercasse di sfumare il proprio pensiero – vedi i nostri grotteschi talk show – andando al di là dei cliché e dei giudizi unidimensionali, precipitosi e approssimativi. E inoltre urlati a pieni polmoni.
    A causa di tale vocabolario stereotipato – fino a ieri avevamo “borghese”, “proletario”, “democratico” (classiche erano le “democrazie popolari”), “progressista”, “nemico del popolo”, “socialista”, “revisionista”, “capitalista”, “reazionario”, “imperialista”, “comunista”, “fascista”, “nostalgico”, etc. – nei dibattiti e nelle discussioni non si esprimono idee articolate e sfumate, ma si usano come mazze da baseball le nuove parole cliché, tra cui – confesso – ve n’è una a me cara: “buonista”.
    Si aggiunge a cio’ lo sfruttamento a senso unico dell’odiosa « paura ». Chi, in Italia, dimostra “paura” è un reietto. Ma solo chi ha paura del Diverso suscita il ludibrio delle nostre élite “buoniste”. La paura provata nei confronti del “populista” è invece un sentimento nobile. Attenti quindi a non confondere le paure, perché accanto alle paure rivelanti omofobia, xenofobia e razzismo, vi sono le paure nobili che rendono legittimo il linciaggio contro i fomentatori di esecrabili paure, veri e propri untori moderni contro cui anche il Papa strepita.
    Il ricorso alla mala parola è ormai di prammatica. Chi nelle discussioni profferisce una volgarità finale, conclude il suo argomento alla grande e zittisce gli avversari. È lui il vincitore.
    La parolaccia è un’arma di distruzione di massa. Ed è ancora piu’ efficace quando fuoriesce da bocche nobili, specie femminili. Il « Vaff… » pronunciato da un cafone non ha un grande effetto dialettico, perché rimane cafonesco. Si nobilita invece nei salotti bene di questa nuova Italia, dove il « vaff…o » ormai va per la maggiore. Persino i nostri filosofi ricorrono allo sterco per colpire gli avversari. “Chi non si vergogna e non si indigna della situazione in cui ci troviamo secondo me è un pezzo di merda”. Il filosofo italiano Massimo Cacciari, campione di tolleranza e di apertura al “diverso”, ha bollato con queste magistrali parole di m… chi diversamente da lui non condivide il dovere di accogliere automaticamente chi giunge da noi dopo aver pagato il biglietto agli scafisti.

  • Articolo meraviglioso, complimenti davvero

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