I problemi di Renzi dopo le elezioni regionali

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Come sempre le elezioni amministrative assumono un forte valore politico. Queste regionali non fanno eccezione e sono state segnate da due elementi esterni che solo in piccola parte hanno avuto a che fare coi temi locali ma che sono entrati a piedi uniti nel dibattito e quindi nella scelta degli elettori: i temi lepenisti cavalcati da Salvini, e in particolare la questione degli immigrati e dei Rom, e gli impresentabili che con l’inclusione di De Luca hanno dato una spallata notevole al segretario PD, forse la più forte, forse la più autentica spallata da quando Renzi regna. I due elementi sono molto diversi ma si tengono a braccetto nel rinforzare il sentimento anti-politica, anti-sistema, con una nuova potenziale connotazione anti-Renzi che per la prima volta appare vigorosa nei risultati del volubile popolo italiano, così pronto a rispondere all’emozione del momento.

Sul successo leghista c’è poco da dire, e su queste pagine abbiamo già parlato di Salvini e della sua spregiudicata formula politica sostenuta, a pochissimi giorni dal voto, dai Rom assassini di Roma con una tragedia immediatamente cavalcata dal nuovo vero leader della destra italiana. Vale la pena solo di sottolineare che con questo successo si istituzionalizza la scalata di Salvini alla leadership del Centrodestra, ammesso che si possa ancora usare questo termine unificante per forze che, Lega a parte, si muovono in ordine sparso anche là dove ottengono dei buoni risultati (come in Liguria). Molto di più da dire ci potrebbe essere sugli impresentabili, con l’avvertenza che siamo in un tipico e drammatico caso di doppio legame comunicativo applicato alla politica, una situazione sempre senza uscita perché ciascuno dei due corni del problema è contraddittorio e falsato, ciascuno ha forti elementi negativi assieme a componenti positive. I due corni di cui parliamo sono Rosy Bindi e la sua lista da una parte, e gli impresentabili dall’altra; la giustezza insita nella proclamazione di una “verità” (della Commissione Antimafia e di Bindi) contro l’oscurità a danno dei cittadini (i rei, i disonesti che vorrebbero governarci), e la giustezza opposta, di persone che giuridicamente hanno diritto di candidarsi e che possono essere giudicate direttamente dagli elettori, in questo modo danneggiate senza appello da Bindi, contro quella che cavalcando un’onda giustizialista assume anche caratteristiche di congiura di palazzo.

Se date istintivamente ragione a Bindi attenzione, perché Saviano ha giustamente sottolineato il metodo clamorosamente sbagliato e i danni che da ciò possono derivare; e anche De Luca – di cui abbiamo parlato su queste pagine due giorni fa – ha delle ragioni, e non di poco conto, e quindi dei diritti. E comunque non si può neppure correre a dare ragione a Renzi che ha sostenuto – non senza qualche dubbio e ambiguità – un candidato che si doveva considerare discutibile sotto il profilo politico ben prima che la Commissione Antimafia adombrasse responsabilità giuridiche. D’altra parte si può obiettare che De Luca è stato scelto con delle primarie che se anche ormai mostrano ovunque una forte carenza di democrazia, reale partecipazione ed efficacia politica restano lo strumento di selezione che il PD si è dato. Renzi doveva muoversi quindi assai prima, con interventi forti e innovatori in tutte le regioni italiane, alimentando conseguentemente ancor più lo stigma di dittatore arrogante? Doveva commissariare a man bassa le tante (tutte?) regioni governate da esponenti del PD di basso profilo morale, o usurati dai troppi anni di potere? Come vedete il problema non è semplice e per ogni ragione si possono invocare ragioni opposte. Già travolto da un’agenda di governo fittissima, non aiutato dentro il suo stesso partito, probabilmente Renzi ha scelto localmente di seguire linee più semplici e duttili confidando che il suo personale appeal e i suoi eventuali successi come Premier bastassero.

Così facendo, però, s’è chiuso nel cul de sac di una campagna elettorale sempre più giocata in difesa (ruolo che pochissimo s’adatta al Premier), in scarsa sintonia con candidati ben poco “renziani” (ma va detto che stavolta i risultati migliori sono stati ottenuti appunto dai candidati meno renziani), mentre l’ostilità all’azione di governo di sindacati e sinistra PD ha sicuramente eroso consensi e partecipazione al voto tra gli elettori che avevano decretato il trionfo del PD alle Europee. La diversità di Renzi s’è diluita e dispersa in una serie di scaramucce con mille avversari, senza peraltro poter rivendicare quel senso di rivoluzione su cui il “nuovo” PD aveva in precedenza fatto leva.

In questo scenario nazionale e fortemente connotato emotivamente hanno poi giocato anche fattori locali che in generale i commentatori hanno trascurato nel giudizio (contribuendo a costruire una narrazione “nazionale” su Renzi in parte infondata) che il premier dovrà vagliare attentamente: in Liguria la sconfitta si veste della solita sindrome tafazziana della sinistra litigiosa e divisa. E cos’ha sbagliato qui il segretario, chiamato ovviamente in prima persona ad assumersi le sue responsabilità? E in Umbria (dove il PD ha vinto con qualche rischio), dopo il clamoroso segnale della perdita di Perugia un anno fa, non si doveva forse porre mano a un sistema di potere locale ormai mal sopportato dagli elettori? E come mai in Puglia vince una vecchia faccia non renziana? I sistemi locali di potere e di fiducia si sono logorati in Liguria e in parte in Umbria perché non gestiti sapientemente, mentre in Puglia e Campania hanno funzionato per la stessa ragione. L’analisi – questo vogliamo sottolineare – deve compendiare le scelte nazionali (la capacità personale di Renzi, il momento forte dell’antipolitica) con i fattori locali (le reti e i legami, non sempre bellissimi da raccontarsi, i leaderismi locali, la conoscenza locale che gli elettori hanno dei propri candidati…).

Di tutti i risultati, comunque, il più interessante dopo quello di Salvini è dei 5 Stelle. Secondi o al massimo terzi in tutte le regioni, senza particolari pressing di Beppe Grillo, i pentastellati non sono morti e almeno a livello locale ricevono massicci consensi. Perché? Considerando il vuoto della loro politica nazionale occorre leggere questo risultato come particolarmente connotato da una reazione anti-sistema trasferito a livello locale. Le Regioni sono istituzioni logore, forse quelle percepite come più inutili e dispendiose dai cittadini, travolte da innumerevoli scandali e pochissimo rinnovate nell’apparato politico, come si è accennato sopra. Probabilmente i 5 Stelle riscuotono consensi, qui, che non riuscirebbero a raccogliere più a livello nazionale (attenzione anche qui nell’analisi: se è un dato di fatto che il M5S è riuscito a consolidarsi come polo di attrazione del dissenso anche senza una campagna elettorale urlata e senza “V-day”, è pur vero che rispetto all’exploit del 2013 ha perso due milioni di voti).

La conclusione che ci sembra di poter proporre torna a Renzi per segnalare che sì, indubbiamente questa tappa della sua carriera politica, pur non potendosi rubricare come sconfitta, mostra un affanno e una debolezza inedita. I suoi avversari interni ed esterni hanno giocato le loro carte e hanno ottenuto, se non una vittoria chiara, almeno di scalfire l’aura di invincibilità che lo circondava: è ora chiaro che gli italiani non sono sempre disposti a votare Renzi a prescindere. Adesso però che le strategie anti-renziane sono definite, a destra come a sinistra, resta da vedere come Renzi stesso vorrà e saprà contrastarle.

Dopo successi di governo con molte ombre, con una incipiente ripresa piccola piccola molto incerta e fragile, un sovrannumero di problemi da far tremare le vene ai polsi (gli immigrati, il possibile default greco, la Libia…), una situazione politica interna difficoltosissima (la maggioranza non è la sua ma quella ereditata in una situazione diversissima, e la deve governare con un partito lacerato), dopo tutto questo, superato finora sull’onda dell’apprezzamento popolare, Renzi si trova di fronte un bivio particolarmente inquietante per qualunque politico: andare avanti così come ora, resistendo ma logorandosi, cercando di inventarsi un coniglio da estrarre dal cilindro nel 2018, oppure assumersi ancora più rischi, dare un colpo d’ali e imprimere una volta inedita alla sua azione; quella svolta capace, rischiando, di fargli recuperare quel consenso che da qui in poi potrebbe andare in caduta libera.

Il colpo d’ali potrebbe essere paradossalmente suggerito da una lettura spregiudicata di questi stessi risultati: a destra si assiste a un cambio di equilibri a favore dell’estremismo: nessuna forza moderata accetterebbe di governare con questa Lega. L’opposizione interna ha d’altro lato esasperato larga parte dell’elettorato riformista di centro-sinistra e un’eventuale confronto finale da concludersi con la scissione a sinistra potrebbe essere il minore dei mali per il PD di Renzi. Infine i 5 Stelle. Forse a due anni dalla loro iniziale tempesta, scomparsa in parte la patina ingenua e naïf, allentata la morsa di Grillo, potrebbero diventare una risorsa per lo stesso Renzi; e non perché abbiano avuto un successo locale che non incide nelle politiche di vertice, ma proprio per il declino generale, di idee e partecipazione, che il Movimento registra da tempo, solo occultato dal voto di domenica, che non lascia molti margini strategici ai pentastellati più consapevoli. Con degli estremi più lontani e inaccettabili (Lega e sinistra populista) i moderati italiani, quelli che decidono le sorti italiane da sempre hanno un’offerta politica accettabile, semmai obtorto collo, assai ridotta, e qui si nasconde la vera forza di Renzi: o con me, o come prima.

Risorse:

Bezzicante

Ottonieri

One comment

  • Alcuni commenti sintetici, che integrano l’analisi condivisibile di Bezzicante e Ottonieri
    1. Renzi ha sbagliato la scelta della candidata in Veneto. Non ci voleva molto a capire che Moretti era unfit for the job. Questo è stato un grave errore di valutazione. Renzi doveva appoggiare la candidatura di qualcuno tosto, anche se non conosciuto in TV. Costui avrebbe perso, ma senza disonore.
    2. Sulla base del risultato in Liguria (e della propaganda anti Moretti della Cgil in Veneto) l’ora della rottura con la sinistra Dem. si avvicina.
    3. Il problema principale è diventato ora la legge elettorale, perché prevede il premio alla lista e non alla coalizione. Qui rischia di avverarsi la predizione di Ricolfi (il Sole- 24 Ore dell’8 marzo 2015). Al ballottaggio potrebbe andare il M5S, insieme a Renzi. I pentastellati potrebbero vincere, se parte dell’elettorato di destra votasse per loro (c’è un flusso di voti tra Salvini e il M5S, e viceversa).
    4. La sinistra Dem. — già scontata la scissione (Bindi sarà pure una giustizialista, ma fa politica da troppi anni, per sottovalutare le conseguenze della sua decisione poco prima delle elezioni) — ha già afferrato la posta in gioco, Emiliano ha lanciato un sasso, offrendo un assessorato in Puglia ai 5S e proclamandosi avversario di Renzi. Che la posta sia quella lo ha capito anche il NCD — non a caso in subbuglio.
    5. Le mosse successive sono difficili da calcolare. Un accordo sotterraneo con Berlusconi per far passare la riforma del Senato e la modifica della legge elettorale (premio alla coalizione non alla lista) in modo da bloccare almeno in linea di principio i 5S dal ballottaggio? Lo ha già adombrato Salvini. Anche a Berlusconi un patto del genere converrebbe. Modificando il sistema elettorale, se i 5S continueranno a fare i duri e puri e non si coalizzassero con la sinistra radicale, Berlusconi avrebbe buone probabilità di arrivare al ballottaggio. Renzi vincerebbe, ma FI avrebbe qualche vantaggio (leadership della destra; isolamento di Salvini).
    6. Insomma, sono prevedibili grandi manovre, con la possibile caduta del governo e nuove elezioni.

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