La democrazia non è come comperare un paio di scarpe

scarpe

Poiché la lingua batte dove il dente duole devo ragionare sull’argomento Libertà e in particolare sul tema specifico della libertà individuale di scelta (l’aulico e sacro libero arbitrio). Naturalmente l’alternativa tra il fare e il non fare ha anche un limite esterno nell’oggettiva praticabilità delle alternative tra cui scegliere. Superato questo limite si è in grado di esercitare la libertà di scelta di cui siamo dotati e che ci è consentita.

E’ importante però essere in grado di esercitare tale libertà rendendosi conto della diversità di conseguenze che sono connesse alle decisioni derivanti dal suo utilizzo. Per questo fine è essenziale la consapevolezza, che, in taluni casi, si porta dietro quella grande scocciatura che chiamiamo coscienza.

Per intenderci, la scelta sbagliata di un paio di scarpe anziché un altro può avere conseguenze sgradevoli per l’acquirente se, al primo uso, si scoprirà i piedi pieni di vesciche, ma questo effetto negativo sarà comunque un problema risolvibile e riguarderà un aspetto marginale della vita di quella singola persona (e, per qualche tempo, di chi gli sta vicino). Invece, sempre per fare un esempio, la scelta di un matrimonio (di qualsiasi genere) sbagliato potrà avere conseguenze irreparabili e non solo su chi quella scelta ha fatto ma sulla vita di tutti gli altri soggetti direttamente o indirettamente coinvolti. E così via per tanti casi in cui gli effetti comunque riguarderebbero un limitato numero di soggetti. Stiamo sempre parlando genericamente nel contesto della libertà “di”.

Sappiamo che di questo ambito fanno parte, a pieno diritto, anche alcune libertà strettamente connesse al tema della democrazia, su cui ci ha efficacemente invitato a ragionare Hic Rhodus e su cui non mi soffermo se non per notare che – altro esempio – alla libertà di esprimere il proprio voto (apice della manifestazione democratica della sovranità popolare e quindi, in congrua misura, foriera di rilevanti conseguenze per l’intera collettività) dovrebbe essere propedeutica (secondo me obbligatoria) la consapevolezza di scelta tra le proposte politiche. Siamo qui in un campo razionale, seppure anche nutrito di componenti ideali, nel quale non dovrebbero avere spazio quelle azioni dettate da impulso o tantomeno da valutazioni estetiche (privilegiate spesso nel caso delle scarpe) che appunto non presuppongono particolari basi cognitive e capacità deduttive. Una domanda, tra tante, che va posta è: le usuali conoscenze disponibili, a qualsiasi livello culturale (in senso lato), sono sufficienti a consentire una scelta ragionata e consapevole (a prescindere da valutazioni soggettive sul fatto che tali scelte appaiano “giuste” o “sbagliate”)?

Nella società complessa le conoscenze derivano in gran parte dalle informazioni di cui disponiamo, o possiamo disporre. Di questo quindi è necessario occuparci nel tentativo di risalire all’origine della formazione di scelte razionali. Ora qualcuno dirà che la cosa non lo riguarda essendo in grado di ragionare con la propria testa. Si tratta spesso del caso peggiore: quello di chi è biologicamente nelle condizioni di ragionare e ritiene ciò sufficiente a considerare “giuste” a priori le proprie opinioni. Questi individui vanno lasciati andare per la loro strada finché non si imbattono nelle lezioni che meritano. Ma il problema esiste in misura elevata in quelle persone che definirei “homines non sapientes” senza alcuna implicazione di giudizi di “valore”, che anzi sono non di rado superori a quelli dei “sapientes”.

Le fonti principali (se non esclusive) di informazione esistenti hic et nunc , finita la scuola, sono la televisione e la stampa (pur senza sottovalutare le frequentazioni, anche di “social”). In termini idealmente teorici da questi “media” (non “midia”, please) si dovrebbe ottenere la diffusione di notizie riguardanti situazioni di vita e avvenimenti di rilievo (eventi, fatti, dichiarazioni, parole, gesti ecc.) ed eventualmente interpretazioni esplicative anche critiche di tali avvenimenti. Sia per l’homo cogitans, sia per l’homo non sapiens, si pone inevitabile la questione dell’attendibilità dell’informazione non solo nella sua parte “soggettiva” esplicativo/critica, ma perfino spesso nella sua parte “oggettiva” di mera notizia. Questa attendibilità può trovare verifica solo nel riscontro comparativo di più fonti di informazione. Non è ardito affermare che l’attitudine (ma raramente l’abitudine) a questa pratica è più diffusa nel cogitans che nel non cogitans, incolpevolmente privato degli strumenti critici necessari, e, conseguentemente, è meno ardito affermare che quest’ultimo è munito di minori difese di fronte ad una informazione dolosamente alterata al fine di indirizzarne il pensiero e quindi le scelte.

Questa pratica di inganno scorretto, spesso subdolo, ma purtroppo legittimo è ormai presente in ogni tipo e forma di comunicazione sia quella dichiaratamente pubblicitaria (che trascura, ad esempio, di avvisare del rischi di vesciche ai piedi), sia quella informativa travestita da notizia, sia quella direttamente o indirettamente di propaganda politica. Essendo evidente anche a me, che sono uno speculativo e non uno scientifico (scusate se non allego dati, statistiche, grafici) che l’homo noncogitans è ampiamente maggioranza nell’universo (forse per volontà divina dopo la faccenda della mela) è a questa maggioranza che deve cinicamente puntare sia il messaggio pubblicitario rivolto semplicemente al consumatore sia il messaggio politico tendente all’acquisizione (democratica!) di un potere utilizzabile poi, ahinoi, come opportunità di acquisire privilegi a mezzo di speculazione, corruzione e concussione che consentono la perpetuazione del circolo vizioso.

Per ottenere questo scopo, grazie ad una strumentalizzazione del meccanismo democratico che crea un potere oligarchico non fondato sul merito, è dunque necessario il controllo di quelle fonti di informazione che divengono da ogni parte (maggioritaria e minoritaria) fonti di disinformazione atte a generare opinioni e convincimenti che creano un consenso deformato. Questo elemento distorcente dell’ideale principio di democrazia non può che gettare un’ombra inquietante sulla reale possibilità, qualità e consistenza della libertà (non di scelta ma di formazione della scelta) di tanti cittadini gratificati del titolo di sovrani ma subdolamente privati degli strumenti necessari alla formazione di una scelta consapevole. In conclusione, in una società gestita da chi manovra i media non è la fondamentale libertà di scelta in discussione ma il fatto che sia svuotata di valore dalla solo teorica libertà di disporre degli elementi necessari alla formazione della consapevole opinione utile ad una scelta ragionata.

Almeno per le scarpe però cercate di fare più attenzione.

(Questo articolo è apparso, in una prima versione, su Mentecritica)

Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

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