La democrazia del ‘900 alla prova del terzo millennio

oligarchy

Democracy is the worst form of government, except for all the others (Winston Churchill, House of Commons, 11 Novembre 1947).

Una benemerita nota di Paolo Mieli ci consente di fare una riflessione sulla salute della democrazia di fronte all’avanzare del populismo. Mieli parte da una constatazione: in molti speravano che i militari prendessero il potere in Turchia, e il ritardo col quale Obama, poi gli europei, hanno (tiepidamente) sostenuto Erdogan tradisce un desiderio inconfessabile di sovvertimento dell’ordine democratico contro un personaggio che, per quanto discutibile, è stato eletto democraticamente. Mieli prosegue scrivendo:

giungono al pettine alcuni nodi che si potevano individuare già un mese fa ai tempi della Brexit o di qualche voto come quello presidenziale in Austria o amministrativo in Francia e in Italia. In un articolo sul Sole 24 Ore, Luca Ricolfi ha riferito di alcuni commenti ascoltati a casa di amici dopo il referendum in Gran Bretagna e l’elezione di Chiara Appendino a sindaco di Torino. Gli parve di cogliere una qualche «animosità contro il suffragio universale», o meglio contro il popolo tout court da parte di una «élite che lo rispetta (il popolo) quando “fa la cosa giusta” ne prende commiato quando fa quella sbagliata». Gli elettori sono diventati un insieme di essere umani che «benpensanti e governanti illuminati» considerano, sotto sotto, «cieco e abbindolabile, fino al punto di votare contro i propri interessi». Sicché il loro voto vale sì, ma fino a un certo punto.

È verissimo tutto questo. Le élite, gli intellettuali, gli esperti, tutti credono di “capire” e di “sapere” assai di più di un popolo che con tutta evidenza sente ma non sa; decide col voto democratico ispirato semmai a paure e disinformazione producendo danni. Ho dedicato un articolo recente a questa distanza fra popolo e intellettuali e non ci torno sopra.

Fin qui (descrizione del problema) sono d’accordo con Mieli; ma poi Mieli fa la sua diagnosi che mi fa capire in quale punto, e perché, io sia distante da lui. Scrive Mieli:

Recep Tayyip Erdogan il potere lo ha conquistato con libere elezioni e, per quanto possa essere biasimevole questo o quell’atto della sua politica (moltissimi, a dire il vero), dovremmo essere abituati a pensare che solo una tornata elettorale altrettanto regolare potrà un giorno detronizzarlo. Se poi Erdogan abolirà il ricorso alle urne, allora e solo allora potrà essere contemplato il ricorso alla forza. Ma fino a quel momento — come ha ricordato, sia pur tardivamente, Obama al termine di quella notte arroventata — il «governo democraticamente eletto» deve essere difeso. Sempre e comunque.

Quindi: il ricorso alle urne è in momento chiave della genesi democratica, giudicabile ex post. Se il vincitore di quelle elezioni si rivelerà un cattivo leader, il popolo lo punirà alle successive elezioni, e se invece si rivelasse addirittura un despota, allora… allora… Allora cosa? “Potrà essere contemplato il ricorso alla forza” (scrive Mieli) cosa dovrebbe significare esattamente?

Schermata 2016-07-18 alle 12.21.19‘Democrazia’ è un concetto. Che ovviamente si sostanzia in prassi, procedure, istituzioni, orizzonti culturali e obiettivi condivisi e via discorrendo. Anche la Repubblica popolare della Corea del Nord si fregia, nel nome ufficiale, dell’aggettivo “Democratica”, ma nessuna delle sue prassi politiche e istituzionali è conforme al concetto di ‘Democrazia’, che ha, come tutti i concetti, margini di ambiguità semantica, interpretazione e flessibilità, ma non oltre certi limiti. Il limite più chiaro e visibile è la rappresentanza della volontà popolare in forma libera e universale; come recita per esempio la Costituzione italiana: “La sovranità appartiene al popolo” che la esercita senza alcuna distinzione sociale in libere elezioni. Dei tanti altri elementi che contribuiscono a delineare i limiti del concetto di ‘Democrazia’ questo è quello fondamentale e ineliminabile e come abbiamo visto è il perno del ragionamento di Mieli.

Appare però evidente l’aporia fra “volontà popolare” e suoi effetti. In Turchia l’economia va a rotoli (abbiamo fornito dati di recente QUI) e, onestamente, riesce indigesta una volontà popolare felice di reprimere la stampa libera e mettere in galera gli oppositori. La Brexit – è stato ampiamente documentato – è stata una scelta basata su informazioni errate e annunci palesemente falsi, che porterà gravi danni alla popolazione, e di cui molti si sono dichiaratamente pentiti già all’indomani (ne abbiamo parlato QUI). Allora quale deve essere il nostro atteggiamento? La democrazia è sacra e va rispettata sempre? Oppure no? Io credo che il ragionamento debba tenere conto di questi due elementi fondamentali:

  • la volontà popolare ha una genesi precedente l’espressione del voto che diviene fondamentale nella costruzione della successiva sua fattualità. È necessaria una riflessione sull’asimmetria informativa, sulla distribuzione sociale delle competenze, sulla crescita dell’analfabetismo funzionale, sulla facile manipolabilità delle masse e via discorrendo per mostrare come le decisioni del popolo siano molto spesso prese sulla base di informazioni errate, di umoralità estemporanee e altri accidenti che comunque producono, a decisione presa, delle conseguenze pratiche, operative, permanenti per tutta la popolazione; nel caso turco c’è stata una lunga sequenza di libertà calpestate, intimidazioni, assassinii, ed è difficile pensare che siano stati ininfluenti;
  • la volontà della maggioranza calpesta comunque quella della minoranza; direte, forse, “è la democrazia, bellezza!”; spero di no. Erdogan ha vinto le ultime elezioni col 52% dei voti espressi, ma l’islamizzazione della società turca, la chiusura dei giornali d’opposizione, le pessime relazioni internazionali e la cattiva economia riguardano il 100% della popolazione. La Brexit, analogamente, è stata decisa dal 52% dei votanti, prevalentemente anziani e poco informati, gettando nella costernazione il rimanente 48%, principalmente giovane e istruito. Questo 48% di cittadini britannici potrebbe trovarsi, fra pochi anni, a vivere conseguenze molto negative decise da pochi connazionali più di loro. Maggioranza, sì, ma risicata.

Questi due elementi sono diventati particolarmente “pesanti” in epoca recente. Il ‘900 – dove il concetto di democrazia si è consolidato – consentiva una maggiore uguaglianza degli individui a fronte di una minore complessità dei problemi sui quali prendere una decisione di effetto limitato (diciamo una legislatura) e sui quali, passati qualche anno, si poteva tornare a decidere. È questo modello novecentesco, di scarsa complessità e discretamente funzionante che Mieli ha in mente. Ma non esiste più. Oggi è il contrario: grande disparità individuale (di competenze, di accesso all’informazione, di capacità di identificare le menzogne…) in un contesto di grande e sempre più indecifrabile complessità. Il combinato disposto dei due punti precedenti può consentire a una maggioranza di male informati di fare scelte sbagliate che agiranno su tutti, inclusi coloro che ben sapevano quali sarebbero state le conseguenze di tali scelte (come pare essere capitato nel caso della Brexit). Il fatto è che quella democrazia (del ‘900) è andata in affanno e sta mostrando i suoi limiti nel lasciar passare con enorme facilità derive populiste senza ritorno. Senza ritorno. Possiamo ancora provare a cambiare le maggioranze parlamentari e quindi i governi, qui in Occidente (in Turchia mi pare ormai troppo tardi). Ma le scelte tutto/niente tipiche dei referendum sono senza ritorno, come mostra la Gran Bretagna. Siamo sicuri che questa sia ‘Democrazia’ o, quanto meno, una democrazia che ci piace?

In Turchia, per concludere il ragionamento di Mieli, abbiamo indubbiamente un Presidente democraticamente eletto se guardiamo la forma, ma nella sostanza c’è stata intimidazione, violenza e soppressione delle libertà di espressione; e c’è stata una dichiarata volontà presidenzialista di Erdogan; il voto turco è quindi stato in parte inficiato da condizioni di non democraticità, e ha aperto la strada a un califfato islamista che era intuibile anche prima delle tremende repressioni di questi giorni. L’idea che vada rispettata la forma (Erdogan è stato eletto democraticamente) perdendo di vista la sostanza (Erdogan è un despota liberticida che utilizza la strada parlamentare finché gli fa comodo) mi pare una miopia colossale.

Mi rendo conto che estendere questo ragionamento ad altri contesti (la Brexit, le elezioni di Appendino, citati da Mieli) è una questione molto differente. Anzi: più questioni; per la Brexit vige la decisione inappellabile di una risicata maggioranza intimidita e disinformata che condiziona il futuro di tutto un popolo, mentre nel caso di Appendino sono state, certamente, libere elezioni per una carica che durerà pochi anni e che gli elettori potranno confermare oppure no. In questo secondo caso quindi non vedo il problema, e il fatto che alcuni abbiano manifestato perplessità fa interamente parte di una libertà democratica (vietata in Turchia) accettabile anche nei mugugni snob di una minoranza intellettuale. Sul caso Brexit, invece, dichiarata la grande differenza col caso turco, pure mi accodo a chi pensa che qualcosa non funzioni bene in una democrazia solitamente così attenta al bilanciamento dei poteri e al controllo sull’operato pubblico che poi scivola maldestramente, e irreparabilmente, sulla buccia di banana dell’inappellabile referendum popolare.

Ma di questo abbiamo già parlato.

One comment

  • Due cose sul discorso di Mieli che pure stimo per equilibrio. Che la democrazia sia solo la concretizzazione della volontà della maggioranza, tramite il voto libero, mi pare sia concetto superato in partenza (secondo me anche lui, in realtà, la pensa così). Altrimenti non vedremmo come aspetti di piena realizzazione democratica i diritti delle minoranze non assoggettabili ai capricci della maggioranza, e la tutela, già a livello di carte costituzionali, di aspetti della convivenza civile che vanno oltre i possibili mutamenti di opinioni maggioritarie. Ció detto mi ha colpito di più l’affermazione che, una volta appurata la caduta del “minimo sindacale della democrazia”, si sia autorizzati ad un’intervento militare. Io credo che un intervento, basato sulla forza, debba essere attuato quando un gruppo armato minaccia direttamente una strage di civili (es. in Ruanda, o in Bosnia con Mladic, o in un certo momento della guerra civile libica con Gheddafi che si preparava a radere al suolo una città insorta), ma l’equazione proposta da Mieli mi pare semplicistica e pericolosa. Immagino lui indichi un ipotetico principio di diritto poi sottoposto ai molti vagli della realtà su opportunità, convergenza internazionale, etc.
    Saluti

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