Facciamo un passo avanti nell’idea di “politica”

falsos profetas

 

La politica è sempre più un’altra cosa da quella che il dizionario dice che dovrebbe essere. Ormai è quasi una parolaccia: è tutta una faccenda politica significa che ci sono stati compromessi ignobili al ribasso; quello è un politicante significa che vuole fregarti. Si tratta della politica come gestione del potere, ma anche salvando la semantica la |politica| viene raramente immaginata come

la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica (vocabolario Treccani).

L’arte di governare, senza far perdere tempo ai lettori, rinvia a una biblioteca di buoni propositi calpestati: l’interesse comune, sì, ma di chi esattamente in un mondo frammentato di interessi contrapposti? Allora il Bene comune, che non si sa cosa significhi visto che decliniamo quel ‘Bene’ in molteplici varietà contrastanti. E attenzione a non salire la scala delle generalità proponendo, come obiettivi della politica, concetti vaghi e buoni per tutti come l’uguaglianza, il benessere, il lavoro, la giustizia, non perché non siano tutti obiettivi nobilissimi ma semplicemente perché significano qualcosa solo nella misura in cui vengono sostanziati in pratiche (ne ho parlato diffusamente QUI). E queste pratiche, il come, con chi e per chi, facendolo eventualmente pagare a chi altri, con quali conseguenze, è la vera natura di una politica efficace o meno.

Viceversa, ribaltando un pochino il ragionamento, è piuttosto ridicolo annunciare pratiche (il ponte sullo Stretto di Messina, per esempio) se non viene indicato un progetto generale, un percorso nazionale, un sistema di valori che si possa riconoscere e condividere, nell’ambito del quale quella pratica (il ponte) diviene necessaria. Collegare una visione, un orizzonte di valori, una prospettiva di emancipazione in quanto nazione, a delle pratiche concrete, permette di discuterne nel merito valutando conseguenze e costi e rischi, di mantenere la rotta (quella delle pratiche) diritta verso le finalità e la condivisione dei valori. Insieme, questi due fattori sono “la politica”: una destinazione e le strade e i mezzi per raggiungerla. Partiti politici differenti avranno quindi idee più o meno diverse sulle destinazioni da raggiungere e ne potranno indicare strade e strumenti, e i cittadini aderiranno non già alla simpatia di Salvini e alla saggezza di Fassina o alla modestia di Renzi ma a quella visione, corredata da spiegazioni sulla strada (perché quella strada, ancora non è stato detto, potrà includere anche sacrifici e costi). Il politico che arringa la folla promettendo una generica uguaglianza è solo un demagogo. Il politico che promette il Ponte senza spiegarci in quale visione di sviluppo si inserisca è solo un opportunista (forse, non so… O forse non ha idee).

La visione politica che desideriamo come luminoso faro del nostro percorso politico, lo abbiamo accennato all’inizio, non può essere estratto dal bussolotto dei luoghi comuni. Certo che voglio un mondo di pace e giustizia! Certo che applaudo all’uguaglianza! Pane e lavoro per tutti, ci mancherebbe, ma come? Questi concetti, in realtà, non rappresentano quelle finalità generali che raggruppano i destini di un popolo se non sono sostanziati da spiegazioni argomentate su come arrivare a perseguirle. Posso volere il lavoro dando sussidi alle imprese che assumono o migliorando la formazione dei lavoratori o spendendo miliardi per inutili opere pubbliche: risultati diversi, costi diversi, rischi diversi. Posso volere l’uguaglianza garantendo a tutti i cittadini uguali opportunità alla partenza (istruzione, salute…) o all’arrivo (reddito minimo di cittadinanza, lavoro – ancorché improduttivo – per tutti…). Qualunque buon proposito generico (sempre vagamente ideologico, retorico, astratto, definibile in maniera differente a seconda delle circostanze) può diventare una bandiera di destra o di sinistra, riformista o conservatrice. La prossima figura riassume tutto questo.

Politica e suo orizzonte.jpg

Come purtroppo abbiamo già avuto modo di dire su queste pagine i partiti politici non sembrano in grado di mostrare questo insieme articolato di visioni e di programmi e di strumenti operativi e la scelta politica conseguente resta necessariamente impigliata nella retorica dell’annuncio clamoroso, dell’orizzonte irraggiungibile ma indiscutibilmente fulgido e glorioso o, che poi è più facile, della protesta indignata e della soluzione greve (“Ruspe sui campi Rom!”). Smascherare l’ipersemplificazione retorica non è difficile; capire che ciò che ci sta dicendo quel politico è una sciocchezza buona per prenderci in giro non è affatto impossibile. Anche senza possedere le innumerevoli competenze tecniche che occorrono per capire tutto e poter controargomentare, una persona di media cultura e decente intelligenza dispone di un piccolo insieme di trucchi indiziari che dovrebbe applicare con spirito critico e libertà di pensiero. Ve ne propongo alcuni:

1) diffidare sempre dei concetti astratti; sempre. Come scritto in apertura non esiste una generica “uguaglianza”, un’indistinta “libertà” o una non meglio precisata “giustizia”. Non esiste una “Nazione”, non significa nulla che “uno vale uno”, e “riformismo” è termine usurato e ambiguo. Ogni volta che un politico usa massicciamente uno di questi concetti o altri simili, mettetevi sull’avviso e osservate se li declina in qualche modo più preciso, se mostra esempi concreti, se ne descrive elementi caratterizzanti. “Nazione” come entità geografica, come sistema amministrativo o come luogo nostalgico di identità? “Uno vale uno” come ovvia descrizione del sistema plebiscitario o come reale possibilità di decidere? Come? A che livello? “Libertà” entro regole più strette e chiare o con apertura a tutti i diritti per tutti? “Uguaglianza” come diritto che ha un qualche prezzo, impone doveri e consente la differenziazione meritocratica o come omologazione e pretesi diritti acquisiti? Differenze mica da poco!

2) Diffidare dell’empirismo dogmatico; sempre. Non ci sono soluzioni facili a problemi complessi: “usiamo le ruspe contro i campi Rom” è un’idiozia anche se odiate i Rom e siete assolutamente certi che i loro campi siano un problema da superare urgentemente (ne abbiamo parlato QUI). “Facciamo le Olimpiadi a Roma perché porteranno ricchezza” è da dimostrare attentamente, non citando l’unico studio amico e partigiano realizzato da chi è interessato economicamente al business olimpico, ma anche spiegando perché da Barcellona in poi tutte le Olimpiadi sono state una rimessa per le nazioni ospiti (ne abbiamo parlato QUI); e questo anche se siete tifosi sportivi e vi piacerebbe tanto vedere le Olimpiadi a Roma (essere emotivamente favorevoli a una proposta non significa che quella proposta sia fattibile, necessaria, utile);

3) ogni scelta ha dei costi: chi paga? Ogni scelta di politica economica, sociale, sanitaria etc. ha dei costi, non sempre solo economici. I politici tendono a farvi vedere favolosi vantaggi nelle loro proposte senza considerare che qualcuno, probabilmente, ne riceverà degli svantaggi. Se abbattiamo i campi Rom con le ruspe dove andranno gli ospiti? Non creeranno disagi altrove? Se ospitiamo le Olimpiadi chi metterà i soldi per strutture e manutenzione? Serviranno altre tasse?

4) Ogni scelta deve essere oggetto di analisi e valutazione; sempre. Le persone sbagliano. I politici anche più onesti e attenti possono sbagliare. Idee bellissime possono risultare mediocri all’atto pratico, eventi inattesi possono minacciare i progetti, le riforme e le leggi più intelligenti, sulla carta. Occorre valutare. La valutazione delle politiche pubbliche è una prassi radicata da decenni nel mondo occidentale tranne che in Italia (ne abbiamo parlato QUI), dove ogni volta che si osa pronunciare quella parola infame migliaia di lavoratori sono disponibili a scendere in piazza al grido di “nessuno mi può giudicare, c’ho i diritti acquisiti!” (vedi gli insegnanti, abbastanza recentemente).

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