Liberi tutti. La fine della forma-partito e gli sviluppi della democrazia

Quel che accade nel PD è sconfortante per tutti coloro che hanno idee democratiche e progressiste. Ed è talmente emblematico della fine di un’epoca che i guai della destra (non meno gravi) passano in secondo piano. Immagino che Grillo, a furia di stappare champagne per ogni nuovo autogol, harakiri, mazzata tafazziana del PD, sia brillo dalla mattina alla sera. Il tutti contro tutti, i mille tatticismi che portano ciascuno a prendere distanze da ciascun altro (specialmente dal caro leader Renzi, fino a poco fa blandito e osannato) appare a me spettacolo disgustoso. Scrive Massimo Franco:

La fauna umana e gli intrecci economici che emergono, parlano di un ambiente intossicato da lobby di provincia fameliche e maldestre. Colpisce soprattutto questo, nello scandalo Consip: la caratura mediocre dei personaggi, il livello basso dei loro intrecci. Non c’è nessuna grandezza, nel declino della nomenklatura. Il ridimensionamento non avviene per un passaggio epocale della politica. Sfilano personaggi di un’Italietta che si crede furba e risponde a cliché al limite della caricatura.

Il destino probabile verso cui si sta avviando il PD sembra segnata da questa mediocrità. Non la grandezza, tragica e lacerante, della scissione di Livorno; non quella, sofferta e divisiva, dei socialisti del ’56 dopo i fatti d’Ungheria; neppure quella, meditata e discussa, della svolta di Occhetto. Niente ideologia, o poca. Pochissimi valori, o molto mascherati. Al contrario molto posizionamento tattico, schizofrenico e cangiante, per cadere in piedi, per farsi meno male possibile, per consumare qualche vendetta.

Se, fino a pochissimo tempo fa, potevamo pensare a una scissione dell’ala “(più o meno) di sinistra”, ora la fessura nella diga si va allargando velocemente, smascherando false alleanze (e quindi assensi falsi e opportunisti alla leadership renziana e al suo progetto) e nuovi posizionamenti (sorprendendo un po’ anche i commentatori). Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: calo precipitoso dei consensi (secondo tutti i sondaggi) e contemporanea crescita del M5S; come già scritto qui su HR il governo grillino si sta avvicinando a grandi passi, forse assieme alla peggiore destra, mentre le forze moderate (di destra e di sinistra) che dovevano fare argine sono preda di faide interne, crisi di leadership e di rappresentanza. Perché accade tutto questo?

Al netto delle ragioni politiche che ci vengono raccontate, che rappresentano essenzialmente un’ancora giustificativa, un insieme di pretesti vagamente razionalistici, le ragioni che a me paiono più vere, e più insormontabili, hanno natura storico-sociale e antropologica. Le prime – e fondamentali – riguardano il declino generalizzato, in tutto l’Occidente, della forma-partito; le seconde – che trovano specificità in Italia – riguardano il nostro eccezionale individualismo. Siamo riusciti a restare uniti (per esempio entro i partiti) in epoche storicamente diverse, in cui le divisioni si ricomponevano formalmente non già in nome dell’interesse superiore, ma semplicemente grazie al compromesso interno volto a contentare tutte le parti (specie entro la vecchia DC, in parte nei socialisti, meno nei comunisti); una pratica, questa del do ut des, molto chiara nella cultura italiana, che verrà eletta a sistema principe della regolazione del conflitto sociale in anni post Mani pulite nell’epoca detta “della concertazione”. Di questa componente italica abbiamo parlato molte volte su HR e non ci sembra utile aggiungere qui altre riflessioni.

Solitamente i partiti sono considerati l’elemento base della democrazia. In Italia questo principio è scolpito nella Costituzione (art. 49); in forme e con accenti differenti anche la Costituzione francese (art. 4), tedesca (art. 21), e diverse altre sottolineano questo ruolo determinante. La Costituzione americana non ne fa menzione perché i padri fondatori non credevano nel sistema partitico, salvo ricredersi quasi subito e avviare il sistema essenzialmente bipartitico che conosciamo oggi, molto differente come obiettivi e pratiche da quelli europei (fonte). Indipendentemente dalla presenza di costituzioni, menzione di partiti e altre questioni formali, in tutto l’Occidente i partiti sono considerati elementi centrali della partecipazione dei cittadini al governo del loro paese. È però evidente che le cose non si presentano, oggi, come uno o due (o più) secoli fa. E poiché c’è stato un veloce mutamento in pochi e recenti anni, salvo i giovanissimi possiamo rimandare alla memoria di cosa fossero (almeno in Italia) fino agli anni ’80 e cosa invece sono diventati oggi:

  • i partiti non sono più luoghi di aggregazione e formazione politica;
  • i partiti offrono sempre meno cornici ideologiche chiare e contrapposte, e programmi alternativi come offerta politica al vaglio degli elettori;
  • i partiti si sono trasformati da modelli democratici a oligarchici, verticisti e leaderisti;
  • col declino delle ideologie i membri di queste organizzazioni hanno legami deboli fra loro e con gli elettori; il trasformismo è quindi diventato più frequente, come il dissenso non ideologico e lo scissionismo.

Quale funzione dovrebbero quindi avere partiti di questo genere? Se i partiti sono aggregati di sempre minore interesse, ci si iscrive sempre meno, i circoli e le sedi chiudono, una ragione ci sarà, e la ragione riguarda il tema della rappresentanza. Non esistono più il PCI degli operai, la DC della piccola borghesia e il PLI “dei signori” (QUI un’analisi con dati storici), ma partiti abbastanza simili che propongono leadership diverse con parole chiave diverse; qualcuno, certamente, più sensibile ai ceti sociali deboli, qualcuno più attento ai problemi economici, ma sostanzialmente, da Forza Italia al PD le vere differenze (quelle sui programmi, la visione, le strategie), sono minime: sono tutte forze pro Euro, pro Nato, pro TAV, pro liberalizzazioni e così via, e le differenze le troviamo in piccola parte nella qualità del personale politico e in parte maggiore negli stili politici, e di vita, dei leader. Un discorso a parte per le ali estreme, che non vale qui prendere in considerazione, e un discorso molto diverso per i populisti.

I populisti sono oltre. I populisti non hanno programmi ma pochi semplici slogan, non hanno classe dirigente ma un Grande Capo e meno di mezza dozzina di scudieri, non hanno strutture partitiche elaborate e costose perché la formazione politica è minima, basata su ipersemplificazioni, e le nuove tecnologie sembrano fatte apposta per loro. Le iperboli invereconde di Salvini come le balle fantasmagoriche di Grillo vivono sul Web, sui social e in parte negli organi d’informazione che raccolgono ogni loro stupidaggine per il click baiting. Ormai non c’è discussione fra partiti ma fra leader, e anzi: più la forza politica è populista e maggiore è la centratura sul leder: è Grillo che decide, non il M5S; Berlusconi già meno; Renzi – o il segretario di turno del PD – ancora un po’ di meno. Ma solo un po’. È quindi abbastanza chiaro che i partiti sopravvivono come macchine elettorali, come “luoghi” di identità abbastanza generici, vagamente all’americana, ma non più come luoghi deputati all’elaborazione delle idee politiche, o almeno alla loro socializzazione.

È bene prendere coscienza di questo pensando a come sarà l’evoluzione, anche solo in Italia, nella nostra politica. La politica è assolutamente meno monolitica, meno rigorosa, meno direttiva di un tempo. È diventata anch’essa “liquida”, con valori generici e abbastanza vaghi, con personalità che vanno e vengono, con crescenti dissensi interni e contestazioni della linea. Quello che stiamo vedendo nel PD è sotto gli occhi di tutti anche per la tradizione “popolare” di questo partito, dove si celebrano psicodrammi in pubblico, dove il confronto deve assumere il rito dell’esposizione delle colpe, del ragionamento aperto, della controargomentazione dialettica (un mix di confessione cattolica e di autocritica marxista), e quindi si presta come contorto caso di studio che non ci deve fare riflettere solo sul PD ma proprio sulla realtà e sul significato della forma-partito che, con discreta evidenza, sopravvive a se stessa priva ormai delle funzioni che aveva in origine. Credo che il futuro ci riserverà l’aumento di liquidità dei partiti; le aggregazioni, specie degli elettori, avvengono sempre più in base al consenso/dissenso su specifici punti: sì alle liberalizzazioni ma attenzione ai ceti deboli, no alla Nato ma no con Putin, apertura agli immigrati ma regolamentata, sicurezza, identità, Europa… ormai ciascuno di noi si sente vicino a valori che appartengono, di volta in volta, a codici ritenuti di “sinistra” oppure di “destra” senza che ciò faccia, di ogni persona, uno traditore di sinistra o di destra (concetti ancora validi se solo li disancoriamo dal secolo scorso, come scritto QUI). Come tutto questo possa condurre a un’evoluzione della forma-partito non saprei dire, ma probabilmente la democrazia 2.0 ha bisogno anche di una certa flessibilità, di alleanze variabili proprio perché pragmatiche e niente affatto legate a valori e culture, ma questo significa – per essere seri – più cultura, maggiore progettualità, capacità valutativa e visione. Se imbocchiamo la strada opposta, quella più facile e utile nell’immediato, troveremo solo qualunquismo, stereotipia, nessun senso critico. Praticamente a un passo dalla goliardia del Movimento Arturo. 

 

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