È reale l’omologazione fra destra e sinistra?

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Un’interessante riflessione di Galli della Loggia mi porta a tornare su un tema già trattato, quello delle differenze fra destra e sinistra politica e sul loro significato attuale. Per prima cosa devo fare un riassunto del pensiero del commentatore del Corriere. Innanzitutto la diagnosi:

In molti regimi democratici è in corso un’erosione consistente delle identità tradizionali della Destra e della Sinistra. Identità che ormai sembrano sopravvivere, quando sopravvivono, assai più come astratte scale di valori nella testa dei rispettivi fautori che come effettiva capacità di tradursi in differenti e magari opposti programmi di governo. Da qui un ovvio processo di omologazione dell’intero quadro politico. Tra i grandi Paesi europei solo in Italia, però, questo processo si accompagna a un tale grado di dissoluzione/spappolamento delle identità degli antichi schieramenti da essersi ormai ridotte unicamente alla persona del loro leader. Sicché chi come la Destra oggi un leader non ce l’ha (e come potrebbe capitare domani ai 5Stelle), cessa di fatto di esistere: praticamente non ha identità alcuna.

Poi l’anamnesi, per capire come mai siamo finiti così:

i diversi gruppi sociali hanno perduto o stanno perdendo i loro canali di rappresentanza politica tradizionale (che so: la proprietà edilizia con la Destra, i metalmeccanici con la Sinistra), mentre molti dei loro membri stanno andando per l’appunto ad accrescere le nuove aree della protesta indifferenziata. Sempre più spesso un elettore di sinistra o di destra non trova più motivi sufficienti per continuare ad esserlo: tutti sentono di poter votare per tutti o quasi; o più spesso per nessuno. Insomma, non esistendo più definite caratteristiche socio-economiche dell’affiliazione politica, questa tende a divenire sempre più puramente soggettiva e per così dire astratta: a fuoriuscire dall’ambito dell’identità sociale degli individui. Il risultato, come si vede ogni giorno, è la crescita del disinteresse per la politica e dell’astensione.

Poi l’osservazione sul decorso della patologia:

Una prima conclusione importante, dunque, è che l’omologazione tra Destra e Sinistra indebolisce la tutela politica dei gruppi sociali più numerosi, la loro possibilità di farsi valere, essendo il loro peso elettorale non più appannaggio presunto di nessuno dei due schieramenti. Al tempo stesso, invece, accresce la contiguità tra i gruppi ristretti [dotati di appropriate risorse (indifferentemente economiche o d’influenza: quindi ad esempio tanto i magistrati e i farmacisti quanto i petrolieri o gli alti gradi della burocrazia)] e la politica, così come accresce la protezione che questa può assicurare loro.

Ed ecco la sconsolata prognosi:

Inutile dire come da tutto ciò derivi infine una conseguenza inevitabile: l’aumento della corruzione. Infatti, facendosi i rapporti tra la politica e gli interessi settoriali più stretti, più liberi e più incontrollati, tali rapporti danno quasi naturalmente vita assai più di prima a scambi di natura illecita. Non da ultimo perché l’omologazione tra Destra e Sinistra significa necessariamente anche un’omologazione dei comportamenti e degli standard etici dei rispettivi personali politici: e non certo al livello più alto.

Il testo di Galli della Loggia merita ovviamente di essere letto per intero, lo trovo molto interessante come cornice generale, ma manca di spessore storico (per esempio: perché sarebbe accaduto tutto questo?) e di prospettiva sociologica (per esempio: quale società avrebbe prodotto questo risultato e, specialmente, cosa dobbiamo attenderci).

Innanzitutto la questione della rappresentanza, che ovviamente è cruciale. Ha ragione Galli della Loggia, ma ha ragione rispetto a un’evidenza ineluttabile che riguarda l’evolversi della società e dell’economia occidentale da prevalenza del settore primario (sette-ottocento) al secondario (fine ottocento e prima metà novecento) al terziario (sempre più impetuosamente dall’ultimo quarto del secolo scorso). Osservando il caso italiano, l’evoluzione dal PCI al PDS ai DS è stata semplicemente un accompagnamento dell’evoluzione sociale della popolazione; guardiamo tale evoluzione secondo Bellucci, Maraffi e Segatti (PCI, PDS, DS. La trasformazione dell’identità politica della sinistra al governo, Donzelli ed. 2000):

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I dati sono vecchi, certo, ma l’evoluzione è impressionante. E riflette sostanzialmente l’andamento occupazionale in Italia (e quindi l’incremento e decremento dei diversi settori professionali) come illustra l’Istat (vedi figura qui sotto):

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Pochi anni dopo (2004) uno degli autori di questa ricerca, Paolo Segatti (assieme a Paolo Natale) scrive che la composizione sociale dei DS, più o meno come la composizione sociale di Forza Italia, è sostanzialmente trasversale e rappresenta adeguatamente la stratificazione sociale italiana.

Il cambiamento sostanziale – che cercherò di interpretare più avanti – riguarda operai e disoccupati che non si affidano più, in epoche recenti, alla sinistra o alla destra “sociale” rivolgendosi all’offerta più protestataria del M5S, come ci spiegava Ilvo Diamanti nel 2013 commentando una delle sue periodiche indagini dalla quale traiamo la prossima tabella.

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Così, oggi, in Italia si assiste a una competizione politica singolare, rispetto a quel che avviene in Europa. Dove l’alternativa avviene – prevalentemente – fra Liberisti e Laburisti, Popolari e Socialdemocratici. Centrodestra e Centrosinistra. Che rappresentano, storicamente, lavoratori indipendenti e dipendenti. Imprenditori e operai oppure impiegati. Mentre oggi in Italia i due principali partiti, PdL e Pd, prevalgono, in particolare, tra le componenti “esterne” al mercato del lavoro. Il PdL: fra le casalinghe (36%). Il Pd: fra i pensionati (37%). Quelli che guardano la tivù… (Diamanti)

Facciamo un riassunto: in tutti i decenni i due grandi partiti (DC e PCI, poi Forza Italia/Popolo delle libertà e PDS/DS) hanno sempre riflesso, con piccole variazioni, la sostanza della composizione sociale; la differenza fra la rappresentanza degli anni ’50 e ’60 e quella degli anni più recenti è semplicemente l’ideologia, capace di attrarre i ceti sociali deboli (classe operaia, manovali rurali, disoccupati) in una sinistra che agiva in loro nome e prometteva orizzonti emancipatori e una destra moderata e cattolica che attraeva ceti medi (piccola borghesia, proprietari agricoli, impiegati pubblici) garantendo argine contro il temuto collettivismo sovietico. Col tracollo del bracciantato rurale (anni ’60 e ’70) e superato il picco dell’occupazione operaia (anni ’70), la situazione politica cambia in Italia come nel mondo; gli slogan sulle magnifiche sorti e progressive hanno necessariamente avuto man mano meno presa su ceti sociali più scolarizzati, più urbanizzati, immersi in una collettiva cultura piccolo borghese, poi tutti ugualmente tecnologizzati e interconnessi. Così come i riferimenti al cattolicesimo, tipici della DC degli anni ’50-’60, hanno fatto i conti col secolarismo. Senza menzionare la storia recente, dalla caduta del muro in poi (ne trovate una riflessione critica QUI), è chiaro anche a una lettura superficiale come le ragioni delle ideologie, con radici profonde nel ‘900, abbiano progressivamente perso il loro significato.

In cosa dovrebbe differenziarsi quindi, oggi, un senso di appartenenza alla destra o alla sinistra? Naturalmente in una visione culturale, sociale, economica e valoriale a-ideologica e, al contrario, pragmatica. La discussione sulla “fine delle ideologie” è spesso condotta all’insegna del rammarico, come se le ideologie fossero costrutti mentali buoni e abbiano lasciato posto a una sorta di cinico opportunismo. Chi dipinge in questo modo le cose ha un’idea profondamente errata del significato assolutamente negativo che è necessario dare al concetto di |ideologia|; poiché ne ho ampiamente trattato in altra occasione rimando a un mio precedente articolo insistendo sul fatto che ‘ideologia’ è pensiero omologato, rigidità mentale, pre-giudizio, elementi che rendono incapaci gli individui (e più spesso gruppi) di intraprendere percorsi di analisi obiettiva (per quanto possibile) della realtà, di ciò che è utile fare (per esempio, in politica, per il bene comune), di cosa sia efficace e cosa no a prescindere dalle appartenenze. Un tentativo di definire ‘destra’ e ‘sinistra’ in maniera pragmatica e non ideologica la trovate QUI, un vecchio post dal quale traggo solo un piccolo elemento definitorio:

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Queste definizioni sono piuttosto generali, meriterebbero approfondimento e voi lettori potete probabilmente fare di meglio, ma servono a capire come i due concetti (‘destra’ e ‘sinistra’) possono essere articolati, non ideologicamente, come visioni di politiche (sociali, economiche, previdenziali etc.) differenti, entrambe legittime, la cui efficacia e validità non possono essere oggetto di denuncia pre-giudiziale ma semplicemente essere sottoposte ad attenta valutazione.

Tutto ciò premesso, quindi, la situazione di questi ultimi anni, a mio avviso, è la seguente:

  1. le maggiori forze politiche sono con evidenza (conseguenza di quanto sopra detto) convergenti verso il centro; occupano spazi simili, si rivolgono ad elettorati simili, salvo differenziarsi – se capaci – nei programmi economici, sociali etc. (ne ho accennato in parte QUI);
  2. le frange politiche più esterne, a destra ma soprattutto a sinistra, percorrendo sentieri ideologici senza agganci a una reale e ampia rappresentanza sociale, sono destinati a rimanere marginali, residuali, incapaci di governo (ne ho parlato QUI);
  3. le maggiori forze politiche, anche a causa della deriva leaderistica che da vent’anni ha preso la nostra politica, a causa della palude del ventennio berlusconiano, a causa di un carattere italiano più incline alla strada familistica che a quella comunitaristica (si veda QUI e QUI), sono piuttosto carenti nella costruzione organica e coerente di programmi politici sui quali far convergere l’attenzione dei cittadini, e hanno preferito la strada dello scontro pseudo-ideologico (“pseudo”, per le ragioni dette), populista e personalistico (pro o contro Berlusconi prima, pro o contro Renzi ora; non già le loro politiche, ma le loro persone). Sulla vaghezza dei programmi politici attuali ho scritto di recente e rimando a quell’articolo.

È questa bonaccia culturale, questo lassismo politico, questa deriva leaderistica, questo continuo urlare promesse da un lato e indignazioni dall’altro, che hanno condotto ai notevolissimi successi del populismo leghista e più ancora del M5S. I disillusi di ogni specie con scarsa capacità di lettura del quadro politico, i residui di ceti ormai sottorappresentati (i disoccupati, per esempio), gli esclusi dalla capacità e possibilità di una reale partecipazione politica, trovano rappresentanza nel Movimento di Grillo denunciando essenzialmente l’incapacità dell’attuale classe politica a compiere fino in fondo quel salto dall’ideologismo al pragmatismo. Se la destra ne è impossibilitata per lo spappolamento causato dal post-berlusconismo, a sinistra il tentativo è in parte avviato da Renzi che ne diventa, assieme, il maggiore ostacolo. Il PD, con la svolta renziana, è di fatto diventato un partito liberal-socialista proponendo, alle origini, un programma nuovo ed evolutivo, almeno nel senso e coi limiti sopra indicati; ma il suo carattere eccessivamente auto-centrato e una visibile involuzione verso compromessi poco apprezzati dall’opinione pubblica ne hanno indubbiamente scalfito l’appeal.

Forse, ma non è detto, la linea ferma in politica estera, la riforma costituzionale, l’aiuto congiunturale all’occupazione che viene intestata al Jobs act, la morte di Casaleggio con la conseguente potenziale crisi del M5S e altro, potrebbero aiutare Renzi e il PD a recuperare consensi, ma il problema del mancato rinnovamento della politica italiana resterebbe ugualmente grave.

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