Di Maio, i pensionati d’oro e l’Aritmetica

Ormai, siamo in piena campagna elettorale, e, mentre la Commissione d’inchiesta sulle banche è diventato il nuovo terreno per colpi bassi e diffamazioni varie, e in Parlamento la  Legge di Stabilità subisce il classico “assalto alla diligenza” di tutti inclusi coloro che dovrebbero difenderla, cominciano a trovare spazio le dichiarazioni programmatiche dei diversi partiti per la prossima legislatura.

Una che ha sollevato un certo rumore è stata proposta da Luigi Di Maio, e a mio avviso merita un piccolo approfondimento. In sintesi, Di Maio propone di cancellare la Legge Fornero nell’arco di una legislatura, finanziando l’operazione attingendo alle cosiddette pensioni d’oro. Ma vediamo più in dettaglio cosa ha detto Di Maio, in particolare in una puntata della trasmissione televisiva mezz’ora di Lucia Annunziata:

«Per me le pensioni d’oro sono da 5.000 Euro netti in su»
«[I risparmi che da queste si dovrebbero ottenere] per quanto mi riguarda sono 12 miliardi su più anni, e non servono in maniera esaustiva [trad. it.: so che non bastano] per eliminare la Fornero; io ho parlato prima di tutto di eliminare la Fornero per quanto riguarda i lavoratori usuranti [sic], fermo restando che l’obiettivo nei cinque anni di governo è eliminare gradualmente la Fornero»
«Quei 12 miliardi fanno parte di un pacchetto complessivo, che noi presenteremo a breve, che riguarda gli sprechi e la spesa improduttiva del bilancio dello Stato. Ci sono centri studi che parlano di 50 miliardi di sprechi, e su quei numeri cominceremo l’opera di eliminazione di leggi che danneggiano gli italiani come la Legge Fornero»

Ora, confesso subito: io sono un fan della Legge Fornero. Penso che sia uno dei pochi argini alla spesa insostenibile di denaro pubblico, e che fissi regole giuste e necessarie, il che è esattamente il motivo per cui è così odiata, in particolare da sindacati e politici che vorrebbero avere le mani libere per buttare un altro po’ di soldi nostri e soprattutto dei nostri giovani. Approfitto quindi dell’occasione per ringraziare pubblicamente l’ex Ministro Fornero per essersi attirata una enorme impopolarità facendo l’interesse pubblico. Per spiegare meglio perché, guardiamo alcuni dati, prelevati dal Rapporto 2016 sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti. Innanzitutto, l’andamento della spesa pensionistica, confrontato con quello di altri capitoli della spesa pubblica:

andamento spesa
Andamento di alcune categorie di spesa pubblica – Fonte: Corte dei Conti, doc. citato

Come si vede, mentre diverse tipologie di spesa sono rimaste più o meno costanti, e la spesa in Istruzione è pesantemente calata, l’Assistenza e soprattutto la Previdenza sono cresciute, e in particolare quest’ultima è salita di oltre il 10% in termini reali, mentre per il bilancio INPS del 2017 si preannuncia un disavanzo di oltre 6 miliardi. Inoltre, al 2013 la spesa pensionistica italiana in rapporto al PIL era la più alta tra i grandi paesi europei, ammontando a ben il 15,7%, e anche senza modificare nulla delle attuali leggi continuerà a esserlo anche nei prossimi anni:

spesa pensionistica in Europa
Spesa pensionistica rispetto al PIL in alcuni paesi – Fonte: dati Corte dei Conti, doc. citato

C’è davvero bisogno di spiegare perché l’ultima cosa sensata da fare è aumentare ancora di più questa spesa?

Ma supponiamo invece di essere dalla parte dei molti, come Di Maio, che la Fornero vorrebbero cancellarla (e, avendo io oggi 56 anni, se fosse cancellata entro il 2023 potrei trarne un non trascurabile beneficio. Quasi quasi…). La strada proposta da Di Maio è credibile? Vediamo.

Qual è il vero costo di abolire la Legge Fornero? La legge da gennaio 2012 ha apportato una serie di interventi restrittivi sulle pensioni, che sarebbe troppo lungo riepilogare qui (rinvio per questo ad esempio alla scheda pubblicata all’epoca dal Sole 24 Ore), ma che in pratica hanno abolito il cosiddetto criterio di “quota 97” (età + anzianità contributiva) per poter accedere alla pensione di anzianità, e ha ridefinito le tempistiche per il calcolo dell’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia in base alle variazioni nella speranza media di vita (ma la norma esisteva già). Per quanto riguarda l’effetto economico della Legge Fornero, inutile sperare che sia Di Maio a quantificarlo; ricorriamo quindi a  fonti istituzionali: il rapporto Le tendenze di medio-lungo periodo nel sistema pensionistico e socio-sanitario del Ministero dell’Economia include un’ampia sezione sugli effetti delle varie riforme pensionistiche, e di cosa sarebbe accaduto senza di esse. Guardiamo in particolare il grafico qui sotto:

spesa pensionistica diversi scenari
Effetti delle diverse riforme pensionistiche – Fonte: MEF, doc. citato

Nel periodo 2020 – 2030, la Legge Fornero (201/2011) comporta risparmi pari o superiori a 1% del PIL ogni anno, con un massimo di 1,4% nel 2020. Dal momento che il PIL italiano previsto per il 2017 è di circa 1.700 miliardi, l’1% vale 17 miliardi l’anno. A questi, andrebbe aggiunto il costo dell’altra misura pensionistica proposta da Di Maio, l’innalzamento a 780 Euro al mese delle pensioni minime (certo, meno dei 1.000 promessi da Berlusconi…). E con tutto questo non si eliminerebbe neanche la regola di adeguamento dell’età pensionabile e dei coefficienti pensionistici in base all’aspettativa di vita, che come scrivevo era già stata introdotta prima della Legge Fornero, e da questa rimodulata. Se si “bloccassero” questi adeguamenti (il programma del M5S recita che si dovrebbe garantire “comunque l’accesso alla pensione con 41 anni di contributi versati a prescindere dall’eta’ anagrafica”), si produrrebbe una vera voragine nei conti, con effetti che a differenza di quelli della Legge Fornero sarebbero crescenti nel tempo, e supererebbero l’1% del PIL a partire circa dal 2035, come si vede dal grafico qui sotto.

blocco parametri
Il tutto costa ben di più dei 12 miliardi “in alcuni anni” da ottenere a carico delle “pensioni d’oro”, no? Infatti le pensioni sopra i 5.000 Euro lordi sono molto poche, e se ne può ricavare ben poco gettito. Basti dire che, come ha dimostrato la Repubblica, neanche azzerando del tutto tutte le pensioni da 5.000 Euro netti in su si raccoglierebbero 12 miliardi in tutta una legislatura. Di Maio mente (presumibilmente) sapendo di mentire.

E l’elenco di 50 miliardi di sprechi l’anno, che secondo lui ha nel cassetto, pronto a esibirlo per finanziare le mille proposte di aumento della spesa pubblica che il programma del MoVimento prevede? Campa cavallo: l’abbiamo ben visto a Roma, dove lo stesso Di Maio, prima delle elezioni per il Sindaco, raccontava di 1,2 miliardi l’anno di sprechi che “nel giro di un anno” con la futura giunta pentastellata sarebbero stati trasformati in servizi per i cittadini (servizi su cui da residente a Roma stendo un pietoso velo). Noi invece abbiamo seguito con grande attenzione il tema della spending review, ai tempi delle proposte del Commissario Carlo Cottarelli. Come vedemmo all’epoca, anche applicando tutte le misure proposte da Cottarelli (e si badi che alcune di esse prevedevano appunto restrizioni alle pensioni), il picco di risparmio corrispondeva a 33 miliardi l’anno. E, programmi pentastellati alla mano, è obiettivamente inverosimile che un governo capitanato da Di Maio sia disposto a operare simili tagli (a parte che alcune, seppur poche, misure sono in realtà già state applicate). Infine: come sappiamo, un altro (anzi il maggiore) cavallo di battaglia del M5S è il cosiddetto reddito di cittadinanza, per il quale occorrerebbero almeno 20 miliardi l’anno; e da dove pensate che avessero proposto di prendere i soldi? Esatto: tra le molte fonti indicate (realistiche e irrealistiche) figura un prelievo sulle pensioni a partire da quelle pari a sei volte il minimo, che corrisponde a circa 3.000 Euro lordi al mese. Quante volte vogliamo tassarle, queste “pensioni d’oro”?

Insomma: la proposta di Di Maio è una solenne presa in giro: non solo è disastrosa nei suoi effetti contabili, ma la sua copertura economica cade di fronte a un controllo aritmetico a livello di quinta elementare. Se il M5S desidera riequilibrare gli effetti sperequativi dell’attuale sistema pensionistico, faccia propria la proposta di Boeri che è rimasta politicamente orfana, ma è fondata su numeri reali, ed è molto più equa, oltre che (ovviamente) sostenibile, perché indirizzata a chi si trova effettivamente in difficoltà e non a chiunque. Di Maio ci ascolterà?

Articoli precedenti del Dossier Politiche 2018: