Rifondare la sinistra? Mah… dipende…

Il dibattito è accesissimo. Ormai la sconfitta si è concretizzata nel governo più reazionario della storia repubblicana e mille fiori sbocciano nel prato della discussione a sinistra. Che fare, dove andare, chi siamo… E’ un momento necessario, ovvio ancor prima che lecito, variegato come conviene a sinistra, disordinato come sempre ma, lo vogliamo dire? A noi piace così, evidentemente… Prima di dire anch’io la mia, partecipando intrepido con la mia personale visione delle cose, devo fare una chiosa preliminare a questo “noi” che un pochino m’ingombra. Voglio dire che “sinistra” è un luogo del pensare a metà fra mito e rito, fra realtà (del secolo scorso) e utopia che non si concreta, fra costruzioni di senso impregnate di semantiche inconciliabili. Cosa diavolo significa, oggi, “essere di sinistra”? Chi ha chiara la risposta, sicuramente non ha quella giusta, almeno per me. Chi ha certezze, l* prego di tenersele, perché finora ci hanno portato solo a pesanti sconfitte. Chi poi dà per scontata la risposta, semmai indignandosi per il solo fatto che qualcuno possa porre la domanda, per pietà vada altrove a spargere le sue mefitiche verità. Io non so se sono di sinistra. Certamente non sono di destra, di questa destra eversiva (da me sempre definita fascista, e insisto sul fatto che lo sia); sempre stato anche antiberlusconiano quando esisteva il berlusconismo; mai amato la democrazia cristiana prima di Berlusconi… Ma essere “di sinistra” non si costruisce solo in contrapposizione a una destra, anzi: ha senso e valore per ciò che dichiara di volere, per l’orizzonte che indica. E’ la pars costruens che deve dare identità politica, quella destruens viene dopo e come conseguenza. Credo che per troppi anni abbiamo invertito i due concetti. Credo che oggi soprattutto siamo d’accordo nell’essere anti-lega e anti-grillini, ma non abbiamo la più pallida idea su cosa siamo a favore; su quale progetto ci dovrebbe dare identità e rappresentanza in quanto di sinistra. 

La sinistra si rifonda – se questo è il progetto – a partire da un nuovo lessico. Le parole costituiscono la realtà; le parole plasmano la politica. Qual è oggi il lessico della sinistra? Se assumiamo quello del ‘900 siamo già sconfitti, come non è più lecito non capire. Non è più lecito essere sordi e ciechi al punto da non capire l’enorme frattura culturale e valoriale fra il ‘900 (diciamo per far prima fino alla caduta del muro) e il nuovo millennio. La perenne sconfitta della sinistra che si richiama a quei valori (vedere l’ultimo esperimento di Liberi e Uguali), sconfitta rovinosa senza appello, o dichiara a gran voce l’inconciliabilità di quella proposta nel divenire dell’attualità, oppure continuiamo a non capire ma allora, perdonatemi, c’è anche una componente di ottuso masochismo nell’incaponirsi nella difesa di ideologie vetuste (non chiamatele “ideali” e “valori”, che sembrano nobili e servono per fare apparire il vostro avversario dialettico privo di ideali e pieno di disvalori. Non sono ideali, sono ideologie, ovvero sistema premasticati di idee pensate da altri, in  altre epoche, per altri scopi; prego gli increduli di leggere QUI prima di commentare questo punto).

Un lessico nuovo dunque, o comunque rivisitato per dargli nuova linfa, nuovo senso. E i caposaldi del lessico della sinistra sono sempre stati uguaglianza (prima e oltre tutto), diritto e lavoro (assieme) e comunità, che potrebbe essere il fraternité francese che tradurrei oggi con inclusione. Uguaglianza, inclusione, diritto al lavoro. Come li decliniamo? Ci siamo accorti che il populismo di destra ce li ha rubati, proprio esasperandone l’estensione semantica? Il mondo degli uguali dove uno vale uno, dove la mia opinione vale come la tua competenza, dove l’onestà è proprietà indivisa del popolo contro la casta, vale a dire l’inclusione populista contro l’esclusione individualista dei privilegiati… tutti i privilegi a tutti (scambiati per diritti) e anche di più (il reddito di cittadinanza…). Ci hanno fottuti alla grande! Noi lì a masturbarci con concetti-feticci e loro zac! li hanno presi, rovesciati come guanti e ci sono arrivati al governo. Guai a chi dice che quelli non sono veri concetti, sono forzature, simulacri, marketing, perché significa che non ci stiamo capendo. Questi qui li hanno votati gli operai, i piccoli commercianti, il ceto medio, mica voi intellettuali!

Prendiamo “uguaglianza”, il primo e più importante dei feticci della sinistra. Uguali a chi, e perché? Quando la sinistra del ‘900 invocava l’uguaglianza, le differenze di classe erano enormi, gli ascensori sociali inesistenti, le speranze di equità sociale ridicole. E’ stato un lungo lavoro nel secondo dopoguerra, indubbiamente voluto e diretto in buona parte dalla sinistra, che ha portato a riforme nella giustizia, nella sanità, nella scuola e nel lavoro. Onore al merito di chi con sacrifio e lotte ottenne quelle condizioni migliori. E disonore a chi, dopo avere concorso a quel cambiamento, ha cercato di cristallizzarlo impedendo ogni successivo passo di adeguamento ai tempi. Cosa significa per esempio, oggi, pensare alla scuola dal punto di vista della sinistra? Ma davvero non ci rendiamo conto come l’uguaglianza al ribasso e il continuo negare il merito hanno condotto a una scuola svilita e poco formativa (ne ha parlato qui su HR Michela Piovesan)? Qual è la ratio di un sistema educativo (università inclusa) dove i mediocri eccellono e gli eccellenti sono avviliti? Ma avete un’idea chiara di come funzioni l’Università diventata diplomificio, con laureette regalate e laureati ignoranti come capre? Bella uguaglianza davvero! Vogliamo partire da qui? Oppure dal lavoro, preferite? Il lavoro non è un diritto, nel senso che il lavoro non si può creare dal nulla salvo in Unione Sovietica o con la deprimente esperienza dei lavori socialmente utili. Il lavoro, oltre a un improbabile diritto, deve essere inteso anche come dovere: lavorare significa contribuire al benessere collettivo; chi non accetta le regole basi del lavoro non ha diritti. Dai furbetti del cartellino alla scarsissima produttività nel comparto pubblico, gli sprechi in sanità, l’assenteismo e via discorrendo, si vede benissimo che manca un’etica del lavoro ma solo l’idea di averne comunque diritto. Vogliamo partire da qui allora? O dall’inclusione che ha perso ogni spessore sociologico perché, essendo di sinistra, dobbiamo necessariamente essere iperinclusivi quanto irriflessivi? Oppure ancora, giusto per aggiungere temi: la sicurezza sociale la liquidiamo come bufala, la rubrichiamo sotto un ipocrita sociologismo, o esiste una proposta di sinistra differente, che faccia la differenza?

E così via…

Ora: o abbiamo una proposta per questi (e altri) temi, una risposta nuova, capace di parlare a chi si è pure un po’ stufato di ascoltare, oppure questo infinito harakiri proseguirà dissanguando anche i migliori intelletti, intrappolati in categorie desuete, aspettando che la Storia spazzi via tutti nel trionfo dell’eversione leghista-grillina. Ma ci vuole un pochino di coraggio, a partire dallo sforzo – che so bene essere enorme – di togliersi gli occhiali dell’ideologia.

Oggi, un lessico nuovo non populista per la sinistra, non può che comprendere parole nuove come sviluppo, innovazione, tecnologia, ma anche sicurezza, nazione e – soprattutto – merito e valutazione, e parole vecchie ma ripensate: bellissima l’uguaglianza, ma nelle opportunità: quindi sanità, giustizia, lavoro e scuola; ma se in una buona scuola non rendi, non devi per forza essere accompagnato fino a un’inutile laurea; se nel lavoro non rendi, non devi necessariamente essere protetto fino alla pensione e mai sanzionato per la tua inettitudine. Uguaglianza nelle opportunità e poi selezione per merito. Può essere accettabile? Lavoro per tutti; ma no, non c’è… opportunità formative per tutti, incentivi all’autoimpresa, sgravi fiscali per i giovani che ci provano, investimenti veri in ricerca e sviluppo… e poi protezione a chi perde il lavoro, ovviamente, sempre che non abbia colpe. Diritti sì, tutti e concreti, ma solo assieme ai doveri. Inclusione sì, forte e vera (non quella pidocchiosa e stracciona che offriamo oggi) ma dentro regole chiare. Giustizia senza giustizialismo, ma garanzie contro le persecuzioni dei magistrati populisti. Sanità eccellente, ma dentro regole di spesa vincolanti. 

Sapete perché tutto questo è veramente di sinistra? E’ di sinistra perché una comunità che funziona è di per sé inclusiva ed ugualitaria; l’idea di uno Stato che funzioni, di una burocrazia efficiente, di pubblici impiegati scrupolosi e attivi, di scuole templi dell’educazione e via discorrendo, sono l’esatto contrario del populismo sfascista. Il merito e la valutazione sono elementi fondamentali di una convivenza dove chiunque (lo meriti) può aspirare al successo. 

L’ordalia liberista non si sconfigge con i retorici stilemi del vecchio PCUS; l’ondata fascio-populista non si ferma con le parole d’ordine della CGIL di Camusso né coi liberi e più o meno uguali di Grasso. Il progetto da costruire deve attirare i giovani, le forze produttive e intellettuali; e li attiriamo solo con un progetto nuovo che non può essere, a mio avviso, questo PD. I difetti originali e l’incancrenimento di odi, rancori, appartenenze ha disfatto il progetto del Partito Democratico e occorre immaginare un soggetto nuovo, che non nasca già dilaniato da minoranze sfiancanti, subito sostituite da nuove minoranze, e poi da altre ancora, tutte forsennatamente impegnate a distruggere Renzi oggi e qualcun altro domani. Quali sono le forze italiane riformiste, liberalsocialiste, razionaliste e laiche, pronte a impegnarsi in un progetto di questa natura?

Risorse:

10 commenti

  • Per rifondarsi, la sinistra dovrebbe quindi abbandonare gli ideali classici (uguaglianza e inclusione) per fare suoi quelli della destra liberale (merito e valutazione)?
    Mi pare un consiglio, come dire, leggermente di parte e molto ideologico, se permetti!

    Cordialita’,

    Novat

    P.S.: scusa, continuo a chiamarli ideali, non ideologie, perche’ i concetti non hanno colpa di come la gente si conforma ad essi.

    • Esiste il mestiere di “valutatore (di politiche e programmi)”. La stragrande parte dei valutatori si descriverebbe come “democratico, riformista” o proprio “di sinistra”, perché la valutazione riguarda efficienza ed efficacia, e ciò significa risparmio, qualità dei servizi, miglioramento della qualità della vita, mancanza di speculazione eccetera. “Valutazione” implica il merito. Se l’idea di merito e valutazione sono di destra, bene, allora io sono di destra. Vorrei comunque segnalarle che “destra” e “liberale” non devono per forza convivere nella stessa frase. Esiste un liberalismo di sinistra che ha nobilissimi padri (Bobbio, per dirne uno). Su “ideali” e “ideologia” non insisto, il mio punto di vista è noto ma continuo a segnalarlo, qui su HR, solo per far comprendere al lettore da quale punto di vista io parta. Sono circondato da amici pieni di ideali e generalmente cerco di tacere. 🙂

      • Non è che merito è valutazione siano di “destra”, è la posizione che occupano nella scala di valori, che rende il ragionamento di destra o di sinistra.

        In altri termini, più pratici, dipende dalla visione che si ha dell’evoluzione della società. Se si pensa che, lasciata a sé stessa penda da una parte, si creeranno poiché correttive tendenti dall’altra. Se tende all’appiattimento, si cercherà di favorire il merito per far emergere meritevoli. Viceversa se tende alla discriminazione si tenderà a favorire l’uguaglianza, sempre per… far emergere i migliori trascinati nell’impotenza da processi ingiusti.

        Ovviamente nessun ragionamento razionale non può fossilizzarsi su assoluti, o su sciocche visioni dicotomiche. Anche per fare un sugo il cuoco avvenuto mette sale e un pizzico di zucchero, per correggere l’acidità.

        Valutazione e merito sono parole bellissime, come uguaglianza, inclusione, e fratellanza, senso di comunità, libertà. È il loro eccesso che genera mostri.

        Tu in questa società vedi troppo egualitarismo appiattente, io vedo troppa meritocrazia presunta (ma anche egualitarismo appiattente, non ti contraddico su questo, è questione di priorità) . Penso che entrambi concordiamo che siano tutti ingredienti necessari in una società sana.

        Poi, su come queste riflessioni possano aiutare a riformare la sinistra, purtroppo non ne ho idea.
        Penso però, con Bobbio, che per quanto difficili da definire, questo concetto e il suo opposto esistano e siano anche ben riconoscibili.

        Cordialità,

        Novat

      • Ho avuto due fortune professionali; ho lavorato una ventina d’anni in enti pubblici (Provincia e Regione) e da una trentina scarsa come valutatore di politiche e programmi; questo secondo mestiere mi ha portato a visitare, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, enti di tutti i tipi (comuni piccoli e grandi, province, Regioni, Ministeri, Asl, Agenzie di varia natura). Se c’è una cosa che ritengo di potere conoscere in maniera non aneddotica ma sistemica, è il comparto pubblico. Conosco a menadito l’enorme spreco di denaro pubblico; lo spreco dei miliardari fondi europei; l’impreparazione generalizzata (salvo piccole eccezioni, rare e generalmente private di reale potere) di dirigenti e funzionari, l’assoluta inanità, disinteresse verso la cosa pubblica, disimpegno che coincide benissimo con gli interessi di cortile dei politici che si avvicendano. Avrei non decine, ma centinaia di racconti su cosa capita ai lavoratori pigri, ai dirigenti negligenti, a chi sbaglia e a chi dorme in ufficio: NULLA. Se non sei colto in flagrante a commettere reati penali gravi, non succede nulla, né sanzioni né privazioni di incentivi, nulla. Grazie a un sindacato corporativo e nefasto; grazie alle connivenza di dirigenti con le loro colpe; grazie ai politici che si devono tenere buoni i sindacati e gli elettori. Coi soldi che l’Italia ha ricevuto dall’UE, con passaggio all’Euro se lo si fosse sfruttato e con risorse nostre, se avessimo avuto un comparto pubblico efficace ed efficiente saremmo la Florida dell’Europa. Invece la PA è diventata un posto per imbucati, gente da posto fisso con la raccomandazione del vescovo.
        Sia chiaro: ho conosciuto moltissimi ottimi dipendenti pubblici che si sacrificano e si sono sacrificati una vita: alcuni amici e familiari, per esempio, sempre guardati male e con sospetto, perché se fai troppo e bene metti in imbarazzo gli altri. Il sistema è costruito perfettamente allo scopo di IMPEDIRTI il più possibile di fare bene.
        Allora: ho già scritto nell’articolo che non so se sono “di sinistra”; ho scritto in molti articoli – che forse lei ha pure letto, sono un po’ vecchi – che queste etichette finiscono solo col disturbarmi perché inchiodano le persone, le fissano in un momento e in un lessico… In ogni caso io credo di sì: e credo che combattere contro l’inadeguatezza, contro lo spreco, contro l’ottusità, contro l’inerzia non solo sia di sinistra ma, in Italia, sia un gesto rivoluzionario. Efficacia ed efficienza dei servizi vuole dire tempo per le donne, protezione per gli anziani, sostegno ai giovani, avendo sia i soldi per farlo sia gli operatori adeguati e seriamente impegnati a farlo, e QUESTA è uguaglianza, opportunità, sviluppo.
        Ho parlato solo del comparto pubblico, ma analoghi ragionamenti, speculari, li potrei fare per il privato, la classe imprenditrice, quella politica, i giornalisti e via discorrendo. Tutte, tutte cose di cui ho scritto fino alla nausea.
        Cari saluti

      • Hai scritto sul riformare la sinistra che, per quanto difficile da definire, è un area politica che dovrebbe occuparsi di promuovere certi valori (o idee, ideali concetti, chiamali come vuoi, come ho scritto è il modo in cui ci si accorda ad essi che crea queste differenziazioni). Abdicare ad essi vuol dire non essere più di sinistra. Poi può essere giusto o sbagliato, a seconda del momento, nei corsi e ricorsi storici ci sarà a volte bisogno di uguaglianza, a volte di libertà, a volte di merito.

        Io ad esempio, rivolgerei qualche critica anche hai cosiddetti liberali, che invece incolpano costantemente la “sinistra” di non aver perseguito i loro temi mentre loro si nascondevano tra le sottane di Berlusconi. Ma il tiro al PD è sport nazionale.

        Sulle tue osservazioni sull’efficienza della PA non mi permetto di commentare, hai un esperienza infinitamente maggiore della mia, e poi sono fatti quindi fino a controprove non mi pare ci sia altro da aggiungere, se non che la mia esperienza personale riflette perfettamente la tua descrizione. Non ho nulla contro la valutazione, ho molto contro ma meritocrazia issata ad ideale, visto che molti dei sedicenti post ideologici ipotizzano che il migliore dei mondi possibili emerga spontaneamente dalla massimizzazione dell’efficienza. Sfoggiando, tra l’altro, uno pseudo positivismo integralista che avrebbe fatto tenerezza nell’ottocento, altro che superare il novecento!

        Spero di aver chiarificato un po’, non volevo assolutamente mettere in dubbio la tua esperienza, il mio discorso voleva essere molto più astratto.

        Saluti,

        Novat

  • La Sinistra è morta nel momento in cui è morto il Lavoro.
    L’innovazione tecnologica richiede competenze sempre più specialistiche che verranno fornite da ristrette elites. La libera circolazione dei capitali rende difficili programmazioni di politiche economiche di lungo periodo.
    Mentre si verifica la Fine del Lavoro, assistiamo all’aumento esponenziale delle “risorse umane” con conseguente crisi da offerta.
    Insomma morto il Lavoro sono nati i lavoretti.
    Morta la Sinistra è nato il Populismo 2.0.

  • Gaspero Domenichini

    Questo è l’ennesimo articolo a cui non posso rispondere per mancanza di tempo.
    Ma, pur sapendo che dovrò arrivare senza dormire fino alle 6.00 di domattina, gli dedico un po’ del mio tempo per scrivere il mio commento.

    Mi trovo in perfetto accordo con quanto scritto da Bezzicante, anche se per me (che ho una visone “politica” nettamente diversa da lui) la prima parola da eliminare è “sinistra”, e non solo perché io parto da un’altra strada, ma perché mi pare che davvero questa parola (o idea, o ideologia) si trascini dietro un fardello di altre ideologie e di cavilli che impediscono un confronto diretto con la realtà (come mi pare di trovare conferma anche nei precedenti commenti a questo articolo).
    Credo che anche per Bezzicante lavorare all’interno della “sinistra” gli dia un senso di sicurezza e di “essere dalla parte giusta”, nonostante lui stesso dica «non so se sono “di sinistra”» (ma penso si riferisse a “se sono di quella sinistra di cui molti parlano”). Il sentirsi di sinistra, pur disposti a dialogare con la “destra” (??? nessuno mi ha mai considerato di destra …, ne di sinistra), credo che contribuisca a far essere “esclusivi” (nel senso di cui ha spesso parlato Claudio), mentre io preferirei che si partisse dal sapere che siamo tutti uomini, e che chi fra questi volesse cercare la strada più adeguata per il presente momento si mettesse al lavoro insieme agli altri, valutando la situazione, confrontandosi con gli altri, cercando cosa non va bene, valutando le priorità, facendo proposte …, senza inutili orpelli.
    Come ho detto io vengo da un’altra strada, e mi sono sempre sentito “anticomunista”, nonostante abbia votato a sinistra per diversi decenni (ho sempre trovato addirittura immorale votare per Berlusconi), ed ho fatto un po’ di fatica ad inserirmi qui, su Hic Rhodus, mentre non faccio fatica a concordare con molte delle affermazioni e delle conclusioni di chi parte da strade decisamente diverse (come non ho fatto fatica ad annunciare Gesù Cristo ai musulmani a cui mi hanno inviato; ovviamente ho cercato di evidenziare alcuni aspetti a scapito di altri).

    In questo ipotetico tavolo di lavoro, invece, metterei come priorità lavorare su alcuni aspetti che provo ad elencare qui:

    1° – Massima disponibilità al confronto su TUTTI i temi, anche quelli che a qualcuno sembrano irrinunciabili. Seguono alcuni esempi, inseriti in questa stessa lista.
    2° – Esempio, i diritti acquisiti: a me sembra che per quasi tutte le conquiste che crede di aver ottenuto, la sinistra non è disposta a valutare di rivederle. Si deve quindi poter valutare l’attuale situazione “a tutto tondo”, e non solo cercare di sistemare “le altre cose”, dove si intende “altre” rispetto a quelle che paiono a me “di sinistra”.
    3° – Esempio, se si parla di aborto la risposta è sempre la stessa (almeno nell’80% dei casi): «La legge 194 non si tocca!», e questo indipendentemente dal fatto che in pratica non venga applicata e che non consideri assolutamente i diritti del padre e del “nascituro”. Credo che un confronto serio e scientifico, non possa non partire dal cercare di definire da quando un essere umano inizi ad esserlo, e da un confronto serio con chi la pensa diversamente.
    4° – Altro esempio: io sono convinto che lo sciopero (a parte quelli contro il proprio datore di lavoro (che non mi piacciono perché sono equivalenti ad una “guerra”, ma che hanno un proprio senso) e quelli “vietati” (come durate il fascismo o sotto i dittatori sovietici)) sia una mostruosità e che sia uno strumento assolutamente inadeguato per affrontare razionalmente e moralmente qualunque questione. Quindi chiederei di cercare uno strumento adeguato per affrontare le questioni sociali (nota bene che non ho detto “più adeguato”, ma “adeguato”).
    5° – Assicurarsi che chi ha un incarico ne sia effettivamente responsabile, con l’ovvietà che se le cose non funzionano paghi per quanto doveva fare e non ha fatto.
    6° – Non ci sia nessuno non controllabile, ma che per chiunque ci siano dei controllori che hanno l’autorità e la reale possibilità di verificarne l’operato (ovviamente chi ha più potere avrà delle conseguenze molto più grandi in caso di mancanze).
    7° – Avere la coscienza che non siamo chiamati a gestire solo “la mia corte”, ma che se si ricerca l’etica di comportamento per il mondo attuale, questa debba poter valere “per il mondo intero”, quindi siamo chiamati ad uno sguardo “generale”. Per esempio, riguardo al punto sopra, mi sembrerebbe “doveroso” che per tutte le grandi potenze, visto che sono responsabili della sorte di molti altri stati, dopo ogni mandato “presidenziale” un tribunale internazionale possa valutare, non dico necessariamente piccole violazioni del diritto internazionale, o piccoli abusi, ma almeno grandi responsabilità in azioni che hanno avuto (o avrebbero potuto avere) conseguenze nefaste a livello mondiale. Una prima azione da fare (ovviamente dopo attenta valutazione, ma l’esito mi pare decisamente scontato) è quindi togliere il “diritto di veto” a chi ce l’ha; ovviamente non ha alcun senso che l’ONU (un’organizzazione che deve salvaguardare i deboli nei confronti dei più forti e che deve cercare di evitare le guerre) permetta di impedire il confronto sulle questioni di morte più gravi a chi ne è generalmente responsabile.

    Infine informo che davvero non ho tempo né per scrivere (anche se di fatto l’ho trovato), né per rispondere ad altri commenti. E lo dico perché sono certo che gli spunti che ho scritto non mancheranno di infiammare il cuore di chi crede fermamente nella “sinistra”.
    Mi scuso, ma non aspettatevi repliche (almeno prima di metà giugno …).

    • Grazie per il tempo e per le lunghe e preziose informazioni. Il mio incipit “non so se sono di sinistra” era solo un artificio retorico; ho precisato in diversi post (e mi pare anche in un commento a questo post ma potrei sbagliarmi) che le etichette mi infastidiscono assai. Ci risentiamo dopo giugno…

  • Caro Bezzicante, grazie. Fa sempre bene leggerti e in questo pezzo ancora di più. Per tutta la vita mi sono chiesta se ero veramente di sinistra perché non riuscivo a conciliare la mia posizione di ideali (a sinistra) con le brutture di certe scelte di sinistra in Italia (tutto quello che hai descritto). Amici mi hanno sempre criticata perché non riuscivo a stare zitta quando vedevo come logiche di partito (di sinistra) danneggiavano valori per me importanti e, secondo me, di sinistra (diversità, inclusione, comunità) privilegiando potere, vincere a tutti i cost, leader e partito.
    Bene esemplificando quello che dici, mia madre, di sinistra e che mi ha educato in tali valori, dipendente pubblica in un Comune, fu richiamata varie volte da colleghi e superiori perché il suo rendimento, con dedicazione appassionato e piena di iniziative per aiutare gli utenti, alzava troppo la barra per tutti, ne danneggiava l’immagine.
    Insomma, per decenni i miei ideali e le mie idee, futuro-progresso-apertura al nuovo ed al cambio-mobilità sociale – opportunità per tutti-inclusione- ascolto- valore della diversità – produttività basata su felicità – amore per la natura e per l’equilibrio fra uomo e natura – comunità – felicità individuale – libera scelta, non riuscivano ad incastrarsi nelle ristrette possibilità delle ideologie partitiche di sinistra (con noi o contro di noi). Per quanto abbia dato sempre il mio voto a sinistra, mi sono sentita molto più vicina a Bernie Sanders che a qualsiasi politico italiano. Non vedo nulla di orrorifico nella competizione e nella valutazione, sempre che ottime opportunità siano offerte a tutti e ci sia coscienza che non tutti iniziamo dallo stesso punto di partenza. La competizione e valutazione comunque sono insite nell’intimo di ogni essere.
    Non può esserci armonia se non vi è equilibrio fra individuo, comunità e società: il problema è quando uno dei tre elementi vuole prevalere ed annullare gli altri.
    Ed oggi è fuori luogo ed anacronistico filosofeggiare su concetti ideologici mentre la realtà, quella viva e vera, ci sta strangolando. Per favore, come anche tu chiedi, iniziamo dalla realtà, dalle giovani voci di eccellenza, non partitiche, ma quelle che il cambio vero, sostanziale, toccabile, lo stanno facendo nelle scuole sperimentali, negli uffici, nei co-working, nelle start ups, nei laboratori di ricerca in Italia e all’estero. Osserviamole e prendiamo nota. Almeno noi, almeno per darci speranza.

  • Molto interessante e condivisibile il passaggio sulla riproposizione dei “soliti” vecchi stendardi ideologici della sinistra. Dobbiamo sforzarci di capire la contemporaneità e non ritornare alle origini, perchè benchè le idee di fondo possano ancora permanere il mondo è molto cambiato e rischiamo di essere anacronistici e votarci ancora alla sconfitta

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