Essere buoni. Un dovere, una necessità o una scelta?

Mi interrogo periodicamente sul perché mai occorra essere buoni. In realtà ne ho parlato già qui su Hic Rhodus, sia nell’articolo intitolato Il bene come astrazione, dove relativizzo e cerco di smontare il valore assoluto solitamente associato a questo concetto, sia nel più recente Dei diritti e dei doveri dove in realtà il tema è solo sfiorato. Ora accade che leggo l’amico Comandante Nebbia che nel suo MenteCritica scrive un post dal titolo Migranti: Non agire ci rende assassini, che argomenta sulla necessità di smettere di assistere in mare i migranti e di intervenire militarmente sui luoghi di imbarco per distruggere i barconi, non essendo questi Paesi in grado di far rispettare la legge. Vi rimando al testo originale per un’argomentazione più precisa ricordando che in molti post il Comandante Nebbia ha assunto posizioni analoghe che potremmo sintetizzare così: l’azione umana deve seguire un percorso razionale, anche se giudicato “cattivo” secondo una certa morale, e non uno “buono” (sempre secondo una certa morale) ma irrazionale o chiaramente dannoso.

A me questo argomento sembra importantissimo, anzi di più: è il problema fondamentale che governa una molteplicità di questioni succedanee quali le nostre credenze religiose, poi quelle politiche, le nostre condotte e stili di vita, l’educazione e una quantità di altre. La domanda che dà il titolo a questo post È la domanda. Io sono in ansia, perché una posizione sull’etica laica, non borghesemente e ipocritamente “buonista” né cattolicamente “Buona” l’ho presa in un altro recente post che ho pubblicato proprio su MenteCritica (Elogio dell’ateismo) dove ho scritto fra l’altro:

Fare bene è una scelta logica, è razionale, ma non è naturale. L’uomo non è “naturalmente buono”, anzi il contrario, e quindi perseguire il bene è parte di una concezione sociale evolutiva, è una conquista, è un’elaborazione culturale non costretta da un dio giudice. Fare il bene è sempre relativo, per l’ateo, e non scontato; è la manifestazione di una volontà, non di un’obbedienza.

Detto questo, che certamente è un approccio razionalista al bene che si potrebbe conciliare con la posizione del Comandante, credo ugualmente che dobbiamo soccorrere i migranti nei barconi. Cado in contraddizione? Porca miseria che mal di testa!

Per farmi passare l’emicrania da contraddizione incipiente provo a sviluppare un ragionamento con voi. Supponiamo che la mia contraddizione, e forse di qualche lettore, sia in realtà un equivoco concettuale. Non sto scherzando. Finché “buono” e “bene” sono plasmati, nella nostra società, dall’imprinting cristiano, è chiaro che saremo vincolati dal dovere di essere buoni, come ho appunto scritto sull’articolo per MenteCritica. “Buono” esiste in quanto contrapposto a “Male”, e questo costringe a schierarsi. Si perde la prospettiva relativista. Si diventa preda di morali altrui. Non dico che la morale cristiana sia una cosa sbagliata, se a voi va bene vi rispetto moltissimo, specie se riuscite veramente a conformarvi in pieno ai suoi precetti. Diciamo che non voglio che sia necessariamente la mia; io desidero affermare una morale che nasca da me e non da un tale che dice di essere il mio dio. E quindi devo uscire dal suo lessico e trovarne uno mio. A questo punto – come ho cercato di spiegare nel primissimo mio post sul Bene ricordato in apertura – la mia morale non deve avere nessuna componente trascendente e deve essere interamente umana, se mi capite. Dove la vado a cercare?

A mio modo di vedere l’unico senso che posso dare a una morale umana è la convenienza. Anche se immagino che vi sembri una brutta cosa. Comunque la pensiate provate a fare questo gioco: pensate a una qualunque cosa che definireste “buona”, e spiegatemi perché la giudicate tale evitando di parlare di dio, coscienza, e trascendenze camuffate come “gli uomini sono fratelli” e cose simili. Ebbene, è difficile da giustificare un gesto buono. Perché andare in India a curare i lebbrosi, escludendo dalle ragioni l’insegnamento di dio e l’aspirazione a diventare santi? Non vedo la ragione.

Vedo però la ragione per non andare a rubare a casa del vicino; la ragione è che abbiamo un patto, e lui ha rinunciato a rubare a casa mia. Le regole sociali sono una millenaria rincorsa alla reciproca accettazione del disagio collettivo, al contenimento dei violenti non per la difesa dei deboli ma per il mantenimento dell’ordine sociale; se decidessimo di infischiarcene dei violenti, e fanculo ai deboli, tutto il mondo sarebbe una barricata e la vita sociale ordinata e produttiva che conosciamo non potrebbe esistere, anche per me e per voi che decidessimo di non schierarci né coi forti né coi deboli.

L’ordine sociale conviene, anche se ci rompe tremendamente le scatole. Siamo stufi delle regole, esasperati dalle leggi, irritati dai semafori, imbestialiti dagli arbitri… ma ci servono, anche se diciamo di no. Non è che siamo buoni e vogliamo proteggere i deboli, semplicemente ci serve un mondo dove usciamo la mattina, andiamo al lavoro e siamo relativamente certi di tornare in famiglia la sera. Adesso trasferite questo ragionamento nelle relazione fra nazioni e capite perché – su una scala maggiore – non possiamo mandare un reparto specializzato in Libia a fare un raid a colpi di mitra contro i barconi per risolvere il problema dei migranti.

C’è un livello molto spiccio che però sfugge a questa logica. Se è comprensibile l’approccio utilitaristico nell’evitare di infastidire il vicino, si vede meno nell’aiutare la classica vecchina ad attraversare la strada. Una vecchina che non conosco e che non vedrò mai più, e semmai io ho fretta… Ebbene, sempre rinunciando a soccorsi trascendenti, potrei trovare l’utilità nel ringraziamento che riceverei dalla vecchina, nel suo sorriso, su una gratificazione interiore quindi, frutto di una plurimillenaria elaborazione sociale che fa, di ciascuno di noi, animali sociali, che godono delle relazioni e ne ricevono benessere fine a se stesso. Altrimenti, quale sarebbe l’utilità di un gioco di carte, di quattro chiacchiere oziose al bar o di andare a vedere la partita? Come mammiferi intelligenti abbiamo sviluppato una socialità che ci fa essere curiosi verso il prossimo e tendenzialmente collaborativi (che non significa tendenzialmente buoni), se non siete del tutto sociopatici.

Le persone hanno empatia. Io mi commuovo guardando i film d’amore, figuratevi se vedo una vecchina che deve attraversare la strada! Se proprio non volete abbandonare la filosofia utilitaristica (che ormai, come vedete, è andata oltre gli usuali confini semantici), diciamo che l’utilità è nella gratificazione che come esseri umani ci dà il rapporto con altri simili. Come vedete non parlo di “fratelli” che “devo amare come me stesso” perché così vuole Gesù; parlo in un certo senso di utilità, anche se meno chiara e immateriale. Mi sembra possibile quindi una morale laica; mi sembra possibile compiere gesti positivi, di amicizia, comunicazione, cooperazione, donazione, affetto, senza che ci sia una doverosità trascendente ma solo per intima soddisfazione. Se quindi volete andare in India a curare i lebbrosi, cosa che io personalmente non farei mai, posso comunque comprendere che vi riteniate appagati – per ragioni che conoscete solo voi e il vostro psicoanalista – da quel tipo di relazione verso gli altri, della sua gratuità di dono; semmai il vostro psicoanalista sa che lo fate per una perversa forma di narcisismo che vi impone di aderire a folli modelli di santità ma, dopotutto, cosa me ne dovrebbe importare di ciò che dice il vostro psicoanalista?

Resta un ultimo punto; questa morale laica ha manifestazioni variabili. Esentati dal “dovere della bontà” non abbiamo un prontuario, un ricettario o meglio: un mansionario dell’empatia e della simpatia, tale da manifestarle sempre nello stesso modo; può darsi che la vecchina mi faccia simpatia ma poi scansi la zingara che mi chiede la carità; forse aiuto il cinese che si è perso per la strada e mando a quel paese il marocchino che mi suona il campanello per mostrarmi le sue carabattole; siamo umani, e variabili, e pieni di cliché, pregiudizi, mal di pancia… pazienza. Il “bene” non è un dovere e l’uomo non è naturalmente buono (neppure la donna). Siamo animali egoisti, paurosi, naturalmente amorali e predatori. Direi che facciamo già un discreto sforzo a mantenerci a galla con le nostre contraddizioni.

Detto questo sì, i migranti sui barconi vanno soccorsi – secondo me – per questi motivi in ordine sparso:

  • è irrealistico pensare ad azioni di forza nei paesi di imbarco perché le conseguenze sul piano internazionale sarebbero talmente gravi da costarci cento volte di più dei soccorsi attualmente prestati;
  • è irrealistico pensare ad altri tipi di azioni di forza perché l’opinione pubblica nazionale non lo consentirebbe, e che ci piaccia o no non si può dire “Me ne frego!” (l’assunzione di un esame di realtà è un principio altamente razionale; posso anche pensare che la maggioranza dei miei concittadini sia sciocca, ma non posso non tenerne conto);
  • è semplicistico accumunare tutti i migranti nello stesso calderone senza distinguere fra rifugiati politici, migranti per fame e le varie altre e differenti situazioni che provocano l’esodo; e distinguere consentirebbe, se non altro, politiche mirate e assennate (con meno costi per noi, meno disagi per loro);
  • è falso attribuire alle migrazioni in corso tutte le colpe ridicole che mistificatori come Salvini sbandierano demagogicamente (sì, le migrazioni ci creano un casino di problemi, ma non l’ebola, la criminalità, la disoccupazione e così via);
  • i Paesi da cui queste persone fuggono sono stati, sono in parte ora e potrebbero comunque essere in futuro formidabili partner economici e commerciali, se solo li aiutassimo a imboccare un’appena decente strada di modernità e di laicità (che non può iniziare coi respingimenti o peggio coi bombardamenti, ma con una reale politica estera verso il Nord Africa che ci vedeva attenti protagonisti fino a venti-venticinque anni fa e ora non più);
  • alimentare sentimenti tribali (noi che ci difendiamo da loro) provoca l’aumento di un capitale sociale negativo; lo so che il Comandante Nebbia dice che sono sofismi sociologistici ma, diamine!, io sono un sociologo: più allarme sociale, più timore per le nostre vite e le nostre proprietà, più paura del diverso e del futuro, equivale a una forte incapacità di azione razionale e a una potenziale delega a chi pratica coscientemente la politica della paura.

E non ho citato nessun motivo empatico e di pura socialità, ma solo elementi di natura razionale e utilitaristica. Perciò, se con argomentazioni razionali mi convincete che ho torto sui precedenti punti, può darsi che decida di venire con voi a bombardare i barconi, perché ho sottratto l’argomento alla logica Buono/Cattivo.

Mi sono soffermato sulla questione degli immigrati solo come pretesto, ovviamente; il tema di questo post è il significato del Bene e della Bontà in un orizzonte laico, e credo di essermi sufficientemente spiegato. Adesso potremmo testare questo ragionamento su altre situazioni: cos’è bene e cos’è male nella situazione siriana? Chi sono i buoni nel perenne conflitto israelo-palestinese? La Fornero era buona o cattiva? In tutti i mille esempi che si possono fare i concetti di Bene e Male, e quindi quello di Bontà, non sono strumenti utili per la comprensione e men che mai per l’azione. E attenzione: sostituire al lessico teologico quello di un’ideologia, per cui la Siria è un conflitto islamista, gli israeliani sono usurpatori sionisti e la Fornero un’agente di Bilderberg, non fa fare nessun passo avanti.