Lessico della Tetra Repubblica: Gufi e Rosiconi

Niente come l’attenta osservazione del linguaggio descrive alla perfezione i tempi in cui viviamo e le dinamiche di quell’agire sociale (o meglio, qui, politico) che ci sfugge.

Dai gufi di Renzi ai rosiconi di questi giorni, questi appellativi degli avversari, che seguono gli ormai desueti insulti grilleschi, rappresentano appieno questa tremenda congiuntura politica. Finché dico, al mio avversario, “non capisci nulla”, salvo presentarmi come dogmatico e presuntuoso cerco, comunque, di giudicare un senso politico: il mio eccellente e quello avverso insulso. Se dico, al mio avversario, “sei il solito fascista/comunista/liberale/…” cerco di inchiodarlo a un cliché con un’etichetta (Berlusconi c’è andato avanti vent’anni col suo anticomunismo, nell’epoca dove gli ultimi comunisti erano al massimo nella Corea del Nord); non è corretto, perché le etichette sono appiccicose e difficili da scrollarsi addosso, ma ancora una volta quell’etichetta – ancorché dialetticamente scorretta – riguarda il merito di un’ideologia contrapposta alle altre. Ma se gli/le dico “sei un guf*” solo perché mi critica, se gli/le dico “rosicon*” perché io ho vinto le elezioni e gli altri no, a cosa mi sto appellando? A nulla che non sia un basso sentimento (supposto nell’avversario) di invidia, di malanimo. Categorie politiche: zero.

Nel suo essere un indicatore sociale, il linguaggio ci sta dicendo che è cambiato un paradigma. Noi abbiamo vinto, voi avete perso; noi siamo il popolo e voi i rosiconi; noi abbiamo il pallone, voi i capricciosi, noi quelli che ci portiamo via il pallone quando ci pare e piace, pappappero. È scomparso, o è profondamente mutato, il paradigma dell’agire politico sociale, il suo senso. Da governare per il bene del Paese, con una visione contrapposta a quella degli avversari, a governare perché il popolo col televoto ha scelto noi, ha scelto il vincitore di X Factor, la reginetta di bellezza, il MasterChef, la canzone italiana dell’anno, il nuovo premier… è ovvio che la seconda arrivata fra le bellezze rosichi, come il secondo arrivato fra i candidati a MasterChef… È un mutamento antropologico, pedagogico, fors’anche psicopatologico. Comunque sia la politica è scomparsa. 

Permettetemi di fare una sommaria esegesi del discorso del presidente del Consiglio, che traggo – per non sbagliare – dal blog di Grillo. 

Incominciamo:

Come è noto, non ho pregresse esperienze politiche. Sono un cittadino che, in virtù dell’esperienza di studio e professionale maturata, si è dichiarato disponibile, nel corso della campagna elettorale, ad assumere eventuali responsabilità di governo con una delle due forze politiche e, successivamente, ad accettare l’incarico di formare e dirigere il Governo, rendendosi anche garante dell’attuazione del “Contratto per il Governo del cambiamento”.

Traduzione: non sono nessuno, ovvero: sono l’essenza del populismo. Il riferimento alle competenze è farlocco: essere professore universitario, come essere idraulico, poeta o militare, non ha nulla a che spartire con le competenze necessarie del fare politica; nello specifico, essere professore di diritto privato non è titolo particolarmente pertinente, salvo nelle questioni di diritto privato. Ignorare che la politica è una professione, anzi:  combattere la politica in quanto professione e preferirle la politica come occupazione casuale e temporanea, in nome del popolo onesto in cui uno vale uno, è parte della tragedia populista in cui sono finiti i furbissimi leghisti, gli ingenui grillini e gli sfortunati italiani. 

La retorica populista come moderno gioiello che illumina il nuovo paradigma politico è lucidamente rivendicato da Conte:

Qualcuno ha considerato queste novità in termini di netta cesura con le prassi istituzionali che sin qui hanno accompagnato la storia repubblicana, quasi un attentato alle convenzioni non scritte che hanno caratterizzato l’ordinario percorso istituzionale del nostro Paese. Tutto vero. Dirò di più. Non credo si tratti di una semplice novità. La verità è che abbiamo apportato un cambiamento radicale del quale siamo orgogliosi: rispetto a prassi che prevedevano valutazioni scambiate nel chiuso di conciliaboli tra leader politici, perlopiù incentrate sulla ripartizione di ruoli personali e ben poco sui contenuti del programma, noi inauguriamo una stagione nuova, non nascondendo le difficoltà e le rinunce reciproche, nel segno della trasparenza e della chiarezza nei confronti degli elettori.

L’orgoglio dell’eversione; la “netta cesura” si è consumata negli sgarbi irrituali, nelle provocazioni immotivate e – non prendeteci in giro – nella lotta furibonda delle poltrone a contratto bell’e chiuso. Ma tant’è; basta dire il contrario e la forza della parola è tale che metà elettorato ha spento il cervello.

La retorica qualunquista non poteva non avere un passaggio sulla questione destra-sinistra:

Il contratto posto a fondamento del nostro governo è stato giudicato, a seconda dei punti di vista, di destra o di sinistra.

Rispettiamo chi ha voluto svolgere tali analisi, ma non possiamo che segnalarne l’insufficienza, l’incapacità di comprendere i bisogni profondi che vengono dal Paese. Personalmente ritengo più proficuo distinguere gli orientamenti politici in base all’intensità del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali della persona.

Noi, solo noi, capiamo il popolo. I bisogni non sono di destra o di sinistra. Errore: le risposte ai bisogni – ovvero ciò che fa un governo – sono davvero di destra o sinistra; liberali o socialiste o qualcos’altro. Sfilarsi (meglio: cercare di sfilarsi) da queste storiche collocazioni non significa superare le ideologie (un tema a lungo trattato anche su questo blog) ma cercare di porsi in un altrove privo di giudizi politici, sia perché il governo, il suo programma e i suoi protagonisti sono prepolitici, sia perché in quell’altrove non verrebbero scalfiti dalle critiche dei “vecchi partiti”. Attenzione: “prepolitici”, non post-politici (ammesso che avesse un senso). La prepolitica spacciata come novità non è che non si sia mai vista, anzi; il problema è se diventa nuovo paradigma, sostitutivo – nelle coscienze popolari – dell’argomentatività politica, della sua lotta sui programmi e le idee.

L’esplicito populismo è dichiarato immediatamente dopo da questo straordinario passaggio:

Se “populismo” è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente – prendo spunto da riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puskin –, se “anti-sistema” significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni.

Che un professore, ordinario in qualunque cosa, possa confondere ‘populismo’ e ‘popolare’, e che addirittura rivendichi il suo essere populista, ha dell’incredibile, perché delle due una:

  1. il Presidente è veramente un qualunquista ignorante fiero di essere populista, di cui ignora completamente il significato (tutto ciò che dovete sapere sul populismo lo trovate QUI);
  2. il Presidente ha deciso di salire sulla Tigre e sa che non può più scenderne, ma questo farebbe di lui un opportunista senza scrupoli e, ancora, non voglio crederlo.

Le promesse non stupiscono, sono quelle roboanti e fasulle del “contratto”, e su questi punti non voglio entrare anche perché temo che le politiche governative ci terranno ampiamente impegnati nei prossimi mesi (speriamo non “anni”). Quello che rimane, per tornare al linguaggio della Tetra Repubblica, è il sottile tentativo di disarticolare il pensiero politico “vecchio” (corrotto, inefficiente, della casta – qui ci sono non pochi passaggi del Primo Ministro) con un pensiero politico nuovo nella forma e nella sostanza: nei passaggi sulla sburocratizzazione, sul dialogo sociale, sulla riforma tributaria e diversi altri, si possono contemporaneamente leggere auspici demagogici ma in buona fede come l’allusione a forme di controllo e sanzione di cui sarebbe lecito temere la realizzazione. Vedremo.

Intanto vorrei chiudere con una perentoria affermazione: a Hic Rhodus nessuno rosica. I partiti riformisti si sono dissolti per loro colpe; il PD ha fatto harakiri e chi c’è a sinistra ha colpe inemendabili. Ci meritiamo la sconfitta e non “rosichiamo”. Abbiamo paura, questo sì.

Tutto il Tetro lessico:

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