Il giusto equilibrio (con alcune risposte su Verità e Bene)

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stavamo giusto sforzandoci di definire il concetto di verità e facevamo pure dei progressi

Günter Grass, Il tamburo di latta

Il terzo articolo del trittico, dopo quelli sulla Verità e il Bene riguarda, come già annunciato, il |Giusto|. E già dal titolo avrete capito che non intendo certo “Il Giusto” in un suo possibile significato assoluto (come “la Giustizia Divina”) ma in uno, assai più modesto, che per sua natura impone immediatamente la domanda “giusto per chi?”, “giusto in che senso?”, “giusto in quali circostanze?”. Insomma, un “giusto relativo”, o se preferite ciò che è adeguato, opportuno, necessario alla luce delle conoscenze e possibilità… Se, come spero, avete letto i testi precedenti, avrete capito che tutta la discussione da me posta ha a che fare con due concetti semplici da enunciare ma complessi da comprendere appieno nelle loro devastanti conseguenze pratiche:

  1. poiché il linguaggio è impreciso e per sua natura vago, l’uso di concetti assoluti è improprio (ovvero: è possibile linguisticamente ma produce danni enormi nella comunicazione);
  2. la natura sociale della comunicazione, con l’evidente necessità della sua interpretazione, conduce a realtà multiple, e coesistenti, che includono pertanto molteplici verità, nessuna delle quali ha diritto di primazia.

Poiché questi sono i due elementi centrali, prima di scrivere questo terzo articolo del trittico ho dovuto pubblicare su Hic Rhodus due articoli specifici sul linguaggio: nel primo ho riassunto le principali problematiche del linguaggio ordinario e le conseguenze pratiche di tali problemi, mentre nel secondo ho riportato una più completa carrellata di elementi teorici che consentono di capire come la partita del linguaggio sia centrale in qualunque nostro argomento (politica, democrazia, vita sociale, non noccioline!).

Ciò che ho argomentato nei precedenti articoli è in fondo tutto qui, ma poiché si tratta – ripeto – di concetti con implicazioni pratiche (oltre che astrattamente teoriche) di enorme portata, è il caso di ribadirle anche replicando ad alcuni dei cortesi commenti che sono apparsi.

I commenti ricevuti sono generalmente in sintonia con quanto da me affermato ma vorrei precisare:

  • il linguaggio scientifico – sotto lo stretto profilo linguistico – deriva totalmente da quello che si chiama linguaggio “ordinario” (quello che usiamo tutti i giorni) e pertanto ne condivide logiche, regole sintattiche, problemi (come quello importantissimo della “vaghezza”); anche i numeri, la matematica, sono un linguaggio; quest’affermazione è controversa, come molti principi e dichiarazioni filosofiche; comunque per Wittgenstein – diversamente da Russel – la matematica è una branca della logica e, in quanto tale, non è una scienza: la biologia, la fisica, la chimica – per capirsi – scoprono connessioni, relazioni, nuove proprietà, mentre la matematica, come qualunque linguaggio, non “scopre” nulla, in senso proprio, ma semplicemente descrive – col proprio codice di segni – relazioni, stati e significati; in questo modo di proporre gli argomenti di questi miei post è chiaro che assumo una primazia del linguaggio nella comprensione del mondo: sia che parliamo di astronomia o di politica; del prezzo del pesce o delle politiche industriali; di correlazione statistica o del ruolo degli arbitri nelle fortune della Juve;
  • è verissimo – come molti commentatori suggeriscono e come io stesso avevo sottolineato – che il linguaggio (sua produzione, sua interpretazione, senso che veicola…) ha a che fare con le epoche, con le circostanze storiche, con le competenze individuali eccetera. Fin qui è fin troppo facile. Perché occorre considerare che accade anche l’inverso. La relazione fra società e linguaggio non è infatti univoca, ma circolare: la società (condizioni materiali, cultura e tutto quello che vi pare) influisce sulla produzione linguistica, costruisce il milieu in cui gli individui costruiscono quegli “schemi mentali” che sono responsabili, fra l’altro, del nostro linguaggio; ma è anche vero che il linguaggio ha una retroazione importantissima sul nostro modo di pensare e di interpretare il mondo (si chiama funzione perlocutoria) come avevo accennato in un vecchio post. La mia personale attenzione alle questioni del linguaggio ha a che fare con questa retroazione: noi pensiamo, spesso, pensieri altrui, usando parole parlate da altri e agendo, conseguentemente, azioni che altri hanno voluto. Questo investe potentemente i concetti di |Bene| e di |Vero| di cui abbiamo già trattato, impone – a mio avviso – di rifugiarsi nello scetticismo relativista e ci porta verso quel concetto di |Giusto| che sto per affrontare.

E veniamo al Giusto, da intendere (almeno in questo post) come ‘adeguato’, ‘necessario’, ‘efficace’… Il Giusto è quello che è possibile fare, date le nostre conoscenze, con gli strumenti posseduti, per ottimizzare i vantaggi e i benefici. E i vantaggi e benefici sono quelli così definiti in un processo collettivo e trasparente di definizione dei contesti e dei bisogni. Queste frasi arzigogolate – comprensibili alla luce di tutti i post precedenti – significano questo:

  1. ogni azione sociale porta vantaggi a qualcuno e svantaggi a qualcun altro; poiché non esiste il |Bene| figurarsi se può esistere un “Bene comune” al quale appellarsi per far transitare una scelta piuttosto che un’altra;
  2. poiché ogni azione sociale porta vantaggi e svantaggi, anziché declinarla in maniera unicamente umorale, emotiva, demagogica occorre studiarla in termini razionali; la pretesa razionalità non sfugge ai problemi già visti, se non nel senso che si presta a controargomentazioni altrettanto razionali. La dialogica argomentativa, che è alla base della valutazione delle politiche, ha un valore in quanto apprendimento organizzativo, e non per verità disvelate e immobili;
  3. l’argomentazione come apprendimento organizzativo (o apprendimento sociale, politico, amministrativo…) gode a sua volta di funzione perlocutoria modificando gli schemi mentali degli attori, modificandone quindi la visione complessiva del mondo;
  4. |giusto| è quindi quello che riteniamo di poter fare alla luce delle informazioni per ottimizzare la nostra azione. Il “giusto” non è necessariamente “bene”. Il “giusto” ha spesso a che fare con verità relative e limitate. Il “giusto” non è da tutti considerato tale.

La strada del Giusto non porta sicuramente in Paradiso. Ma diversamente da quella del Vero e del Bene non ci porta diritti all’Inferno. La strada del Giusto indica una possibilità e implica l’errore (e quindi impone l’analisi, la valutazione, il controllo, la verifica, la discussione…), ma soprattutto impone l’ascolto reciproco e la formulazione di argomentazioni. Banditi gli asserti. Bandita l’evocazione ideologica. Bandita la contrapposizione frontale brandendo verità morali, superiorità spirituali, pretese di rappresentanza erga omnes

Si potrebbero portare numerosi esempi attuali in cui il modesto concetto di “giusto relativo” ci salverebbe dalle paludi del Vero e del Bene: la TAV, per esempio, e tutti i casi di contrapposizione fra un “noi” locali che non vogliamo ingerenze e un “tutti voi” che invocate una necessità collettiva; la legge elettorale, con la contrapposizione fra necessità di governabilità e diritti di rappresentanza; l’uso di fondi pubblici (siamo in questo periodo in rinnovo settennale di programmazione dei Fondi strutturali europei) fra necessità di rispondere a molteplici bisogni collettivi e vincoli imposti dagli innumerevoli gruppi di pressione aventi titolo; il rapporto con l’Europa matrigna e la politica fiscale di un Euro soffocante e le conseguenze economiche, diplomatiche, industriali, politiche di un’uscita dalla Zona Euro sull’onda della delusione.

Pistolotto finale di questa lunga serie di post. Siate cauti nelle vostre credenze. Tutti noi ci affrettiamo ad etichettarci “di destra” o “di sinistra”, “liberali” o “comunisti” vestendoci di panni spesso poco conosciuti cuciti da altri sarti, per altri corpi, in altre circostanze. Tutti noi ci indigniamo alla velocità della luce per miriadi di sciocchezze di cui comprendiamo a stento alcuni elementi superficiali e grossolani, alimentando così quel fiume nero e vischioso della rabbia collettiva. Tutti noi giudichiamo Renzi sulla base della sua simpatia, Bossi della sua volgarità, Brunetta per l’altezza e Grillo per il ghigno… mentre questi aspetti superficiali sono insignificanti rispetto alle logiche di potere reali che ciascuno di loro esercita. Tutti noi sbagliamo. Pensiamo i pensieri della classe dominante, come diceva Marx 150 anni fa. Seguiamo entusiasti i leader che strillano di più. Subiamo le sirene dell’ideologia e ignoriamo gli argomenti troppo faticosi da affrontare. Siamo tutti omologati.

Vogliamo cambiare?

Vogliamo essere persone?

Vogliamo avere pensieri originali?

#Nonomologatevi!

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