Fenomenologia piddina

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I risultati delle elezioni politiche sono notizie vecchie e anche noi di HR ne abbiamo già parlato ma restano diverse domande ancora senza risposta inclusa la classicissima e sempreverde “ma perché il PD continua a farsi del male da solo?”. Mi permetterete allora alcuni appunti di carattere sociologico che devono prendere le mosse da quanto accaduto alle regionali per andare poi subito oltre.

In Liguria avrebbero probabilmente perso lo stesso, ma la lista dei sinistri duri e puri transfughi dal PD ha dato una grossa mano. In Umbria ce l’hanno fatta rischiando, e non si può dire che gli elettori umbri non avessero fatto capire che erano stufi dei ras piddini locali avendo consegnato la città capoluogo alla destra un anno fa, evento storico che non si è proprio voluto leggere. La Bindi ritiene di far uscire le liste degli “impresentabili” a due giorni dal voto, una lista con una manciata di oscuri candidati minori e con De Luca, con De Luca, gente! Sulla difficoltà di lettura di quest’ultimo evento e la necessità di distinguerne i confusi contorni abbiamo già scritto. Ras locali hanno dominato e vinto o perso indipendentemente da Renzi, questa è la verità che emerge – sul lato PD – dalle ultime elezioni e che abbiamo accennato sul post già segnalato. Quindi è sbagliato – a mio avviso – trasformare i risultati delle regionali in un giudizio sull’operato di governo di Renzi, tranne per un aspetto che i commentatori non hanno comunque sufficientemente segnalato: la responsabilità di Renzi è grandissima in quanto segretario del partito, dove evidentemente il suo impegno è stato minore immaginando – dopo il 41% alle europee – di portare in dote riforme e trasformazioni reali del Paese che avrebbero parlato per lui. Come battere un leader da 41% che ha fatta questa riforma e quest’altra, e quell’altra ancora, e ha annichilito le opposizioni interne col suo fare concreto? Pia illusione, che mostra una grave carenza dell’Uomo, incaprettato dalle logiche di un governo di coalizione, di un Parlamento eletto in epoca pre-renziana e soprattutto di un partito con una lunghissima storia di esasperazione di conflitti interni, di occasioni perse, ideologie purissime e intransigenti, capacità di spaccare ogni capello in centoquarantaquattro e poi ricominciare daccapo.

La vocazione tafazziana del PD è tanto nota da divenire logoro tormentone per comici a corto di idee e vorrei provare a proporvene una fenomenologia più seria e niente affatto macchiettistica. L’importanza di discutere del PD, e il mio personale interesse in questo, è dovuta al fatto che lo scenario politico che abbiamo davanti, per alcuni anni almeno, non lascia molte scelte: a destra il suicidio berlusconiano ha lasciato spazio al fascismo lepenista di Salvini; a sinistra i populisti anti-renziani cercano di organizzarsi per costruire l’ennesima lista del 3-4% per raggiungere le magnifiche sorti e progressive. Che piaccia o no in ballo restano il PD e il M5S, ma finché quest’ultimo non decide di far politica sono i soli Democratici (ovvero ciò che ne resterà) ad avere la responsabilità principale di far navigare la nostra nave senza nocchiero (Dante).

1) L’indiscutibile “verità” della sinistra. È un fatto storicamente verificabile con estrema facilità: la sinistra “di classe”, marxista, organica (ovvero la nonna dell’attuale PD, almeno di una parte consistente) è portatrice di un vizio originario la cui genesi si consuma all’indomani della morte di Marx e alla vulgata delle sue opere ad opera dell’amico Engels. Fra le altre cose Engels trasformò autocraticamente il materialismo storico di Marx (il fondamento della sua filosofia, e quindi delle sue idee sociologiche ed economiche) in materialismo dialettico, un cambiamento ovviamente non lessicale ma concettuale volto a trasformare la costruzione della linea politica del comunismo (che ancora non si definiva marxista) in un programma scientificamente “vero”. Engels non era cattivo né stupido, ma era influenzato dalla filosofia scientifica positivista, assolutamente egemone all’epoca e per molti decenni ancora, e necessitato dalla mancanza di un cuneo ideologico indiscutibile (cioè: che si potesse retoricamente asserire come indiscutibile affidandone la validità a una logica [pseudo-]scientifica). Le idee engelsiane si sono enormemente prestate all’affermazione dell’egemonia leninista in Russia, all’oscuro potere stalinista in seguito e alla diffusione di un modello in tutti i partiti comunisti del mondo, quelli occidentali inclusi. Molte generazioni di comunisti hanno quindi imparato, più che un programma politico, una verità ideologica. Pochissimi hanno letto le opere originali di Marx ed Engels, e meno ancora hanno analizzato e ragionato sul tradimento del pensiero originario che comunque, sia chiaro, ormai è totalmente ininfluente; l’imprinting è questo: la sinistra marxista è una verità. E anche oggi che il marxismo è stato messo in soffitta (un vero peccato) i nipotini che semmai hanno letto Marx nei Bignami, che non sanno bene cosa sia una classe sociale, che sono diventati 2.0, anche oggi sono spesso portatori di una verità spocchiosa, indiscutibile e intransigente.

2) La verità indiscutibile porta al conflitto. Non credo abbiate bisogno di un sociologo per capire che l’affermazione rigida e inappellabile della verità conduce diritti al conflitto e alla separazione. Poiché non stiamo parlando di leggi fisiche ma di interpretazioni di idee e pensieri, è chiaro che ogni forma di purismo è superata da altre più pure (sedicenti) interpretazioni, o che i necessari adattamenti all’evolvere degli eventi porta a compiere scelte che taluni reputano “in linea” e altri no. Da quando esiste una cosa che si chiama ‘comunismo’, e successivamente tutte le sue evoluzioni socialdemocratiche, riformiste e altre, le scissioni e gli odi reciproci sono stati moltissimi. Più di moltissimi. Conditi – nel passato eroico – da lotte fratricide sanguinose, rancori insanabili, martiri su tutti i fronti consumati sull’altare di verità astratte mentre non riusciva a leggere l’emergere dell’onda fascista europea, alla quale la sinistra disunita non seppe opporsi quando ancora poteva. Oggi di comunismo c’è poco come numero di adepti ma molto come sigle; solo la Wikipedia elenca 24 sigle italiane!

3) La vocazione minoritaria e spesso perdente è una conseguenza della presunzione di verità. Se il focus della tua idea politica è una verità, e non un programma, non puoi transigere: persegui la verità e se il mondo non ti dà retta la colpa è del mondo che non ti capisce. Tutto questo ha a che fare col fideismo di fondo soggiacente a un’ideologia, come ho già discusso in altra occasione; a suo modo assomiglia veramente a una fede religiosa!

4) Nell’attuale PD la parte più consistente della minoranza più agguerrita ha esattamente questa origine e queste pulsioni di fondo. Quando Bersani rievoca la purezza della “ditta”, a modo suo intende questo; quando (l’ormai fuoriuscito) Fassina si scaglia contro Renzi esordendo col fatto che “non è di sinistra” premette la sua ideologia alla sua critica; quando Civati e Cofferati sbattono la porta e fanno una lista contro Renzi in Liguria, sapendo di non poter vincere ma, al massimo, di concorrere alla sconfitta degli ex compagni, si comportano come generazioni di Souvarine (Germinale) prima di loro: non importa il prezzo da pagare quando si è testimoni di una verità ultima.

5) Il fatto che nel PD ci sia anche una componente cattolica non cambia molto perché portare in politica il proprio cattolicesimo, la propria fede e quindi la propria verità (una verità peraltro onnicomprensiva, non solo politica, e quindi coinvolgente i cosiddetti temi “etici”) conduce a comportamenti in parte simili a quelli visti finora.

6) Il superamento dell’ideologia avviene nel PD solo con Renzi. Renzi spregiudicato pragmatico, perché la politica ovviamente è anche affermazione di valori e non solo di azioni. Renzi ovviamente ha dei valori, è impossibile non averne, ma essendo fondati su ideologie più lasche, su esperienze meno determinanti, incarnate peraltro da una personalità particolare come la sua, quello che appare è la strategia, non l’ideologia; sono gli obiettivi, non gli ideali; sono i mezzi che utilizza e non il pensiero soggiacente. Qui si consuma la frattura insanabile con Bersani, con Fassina, Civati, Cuperlo, Bindi, D’Alema, Gotor, D’Attorre e via via la platea di figure minori ma non per questo meno impegnative, per tacere di Landini, Camusso e via discorrendo. La differenza è abissale. Non si tratta di contrapporre l’idea A di Renzi all’idea B di un suo critico, ma l’idea A di Renzi ai valori B di un suo critico. Le idee sono negoziabili, ma i valori lo sono molto di meno e con grande fatica. Per concretizzare delle idee Renzi accetta alleati anche scomodi (Berlusconi all’epoca del Patto del Nazareno), accetta alcune modifiche ma non quelle che – a suo modo di vedere – stravolgono l’obiettivo, mentre per i suoi critici di sinistra le idee sono valide solo se adattabili ai valori, alla cultura consolidata, all’ideologia.

7) In conclusione ritengo che non ci sia una reale possibilità di convivenza. Renzi e il renzismo sono incompatibili con la sinistra radicale. Non ho espresso giudizi. Potete ovviamente ritenere che il pragmatismo renziano sia eccessivamente disincantato e cinico, e che senza una cornice ideologica la politica abbia poco senso. Potete ritenere che il modo di fare di Renzi sia poco concludente e che il suo primo anno di lavoro abbia condotto a poco, mentre l’idealità dei suoi critici potrebbe indurre fasce di popolazione più ampie a partecipare e cambiare in nostro Paese. Potete credere a quel che vi pare ma, così io penso, queste due concezioni della politica e della vita del partito sono inconciliabili e portano tutti (renziani e anti-renziani) alla sconfitta. Se non siete convinti, leggete Alessandro Gilioli.

3 commenti

  • Difficile non essere d’accordo con l’analisi di un sociologo , faccio solo un’osservazione (forse banale) l’unico che si e’ esposto e’ Civati , partito con Renzi x un rinnovamento del PD si e’ “dissociato” subito quando il “rottamatore” non ha affatto “rottamato” nessuno ,anzi, allora non mi pare corretto abbinare chi non e’ d’accordo con una linea politica che bada solo a far contenti i grandi interessi del mondo finanziario piuttosto che la “base” da cui e’ generato un grande partito di sinistra ,oppure dobbiamo rassegnarci a pensare che non esiste più’ differenze ? E,sopratutto , la sinistra x cui si batte Civati non e’ assolutamente quella dei vari Bertinotti / Ferrero e/c , infatti “quelli” ne stanno alla larga…e, per favore, dite a Renzi che quel 41xcento era anche perche’ dentro c’erano Civati e altri…

    • Quel quarantuno per cento era anche di gente che non ne può più di correnti che mirano al quattro per cento ostentando simboli ormai da paleontologia. Gente che vorrebbe un partito di sinistra “normale” che non vaneggi di paradisi Nord Coreani.

  • Condivido analisi (aggiungerei solo un paragrafo sul fanatismo, appendice saltuaria ma non improbabile del fideismo) e conclusioni. Prima si consuma lo scisma, meglio è. Il competitore di Renzi non è però Bersani o Civati, ma Grillo. Se non cambia l’Italicum (DAlimonte ha già aperto a questa possibilità con un pezzo sul Sole-24Ore), il M5S rischia di vincere le prossime elezioni politiche. A meno di pastrocchi come i cd “listoni”.

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