La continua ricerca di una stella al crepuscolo

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Ma sul tuo piccolo pianeta ti bastava spostare la tua sedia di qualche passo. E guardavi il crepuscolo tutte le volte che lo volevi… (Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe).

Un sarcastico Mattia Feltri commenta gli entusiasmi della sinistra italiana per il successo di Jeremy Corbyn con un breve commento seguito da un discretamente lungo florilegio di citazioni, da Veltroni a Fassina e Civati, passando per D’Alema e Bersani (ché nessuno si chiami fuori…), di lodi ai vari leader della sinistra che all’estero, per periodi più o meno lunghi, hanno illuso sulla rivincita di una sinistra internazionale nuovamente arrembante, da Zapatero a Corbyn, appunto, passando per Lula, Tsipras etc. I commentatori italiani sono ovviamente, e piuttosto banalmente, appiattiti nelle loro posizioni rituali: chi critica o addirittura irride, e chi approva o addirittura si entusiasma. Al momento io sono più interessato a una riflessione psico-sociologica per rispondere a domande di questo genere: perché, minoritaria sempre, la sinistra radicale italiana insiste in questa coazione a ripetere? Perché non uno – dicasi UNO – dei leader della sinistra ha mai raccolto altro che spiccioli di voti, giusti i necessari per far fallire ogni progetto riformista, mentre volge lo sguardo a leader stranieri con storie diverse, che agiscono in contesti incomparabili? Ma, specialmente, perché nessuno impara mai dalla storia?

Per non annoiare i lettori con discorsi già logori mi permetterete di rinviare ad altri articoli di Hic Rhodus, così chi non ha voglia di lunghe e poco originali riflessioni può saltare direttamente alle conclusioni.

  • Innanzitutto la storia della Repubblica mostra abbastanza chiaramente che l’Italia è sempre stata moderata; riformista forse, ma rivoluzionaria mai; le alternanze fra una destra più o meno moderata e una sinistra riformista non sono state mai dei cambiamenti radicali fra destra (vera, dura, neofascista prima e lepenista oggi) e sinistra (marxista, o “di classe”, comunista prima e radicale oggi); ne ho trattato QUI;
  • la sinistra radicale è portatrice di una presunzione di verità sin dall’Ottocento, quando iniziò, in varie forme, a confliggere con ogni altra formazione di sinistra considerata meno pura, meno nobile, meno idealista e così via; una mini-storia di questo frazionismo ideologico e alcune conseguenze per l’attuale PD le trovate QUI;
  • la chiave in termini politici riguarda il concetto di ‘ideologia’; l’ideologia è una potente cappa che imbriglia il senso critico, fa interpretare il mondo attraverso categorie rigide, appaga in quanto struttura di pensiero pre-codificata e condivisa in un gruppo. L’ideologia non dà spazio alla flessibilità e al realismo, non conduce verso l’impervia ricerca di soluzioni politiche perché semplifica le questioni e impone quelle soluzioni che risultano coerenti con l’impianto ideologico. Ecco perché è sostanzialmente inutile argomentare con i nuovi ideologi. Il concetto di ‘ideologia’ e le sue conseguenze sono state approfondite QUI;
  • infine: che questo radicalismo stia assumendo, in alcuni celebrati campioni stranieri della sinistra radicale, una natura essenzialmente populista, è stato in parte segnalato QUI.

E adesso mie riflessioni più sociologiche.

L’interconnessione globale rende impossibile una rivoluzione proletaria in tutto l’Occidente. Spero che i miei lettori non ridano se parto da qui. Questo punto di partenza è indispensabile per due ragioni: la prima riguarda l’ideologia internazionalista che è parte del DNA radicale; l’invettiva finale del Manifesto del partito comunista, scritto nel 1847-48 da Marx, recita “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Di tutti i paesi; quella di Marx fu la più lucida e radicale intuizione della necessità di un’azione politica non sporadica, non legata a un singolo paese, ma globale, solidale, interconnessa; le conseguenze, col mutare delle idee marxiane nello snaturamento leninista, sono state tragiche per un bel pezzo di Europa e non solo. La seconda ragione non ha a che fare con l’ideologia ma semplicemente con una constatazione che ritengo indiscutibile anche se non mi soffermerò ad argomentarla: a livello che neppure Marx avrebbe mai potuto immaginare, oggi l’interconnessione globale delle economie (specialmente questo), delle culture, delle regole, degli eserciti perfino, è talmente ampia e pervasiva che i margini di libertà per una singola nazione occidentale sono molto più limitati di un tempo: non possiamo decidere di battere moneta perché siamo nell’Euro, non possiamo andare a pacificare la Libia perché siamo nella Nato, ma semplicemente non possiamo operare nella borsa di Milano senza tenere d’occhio quella di Shanghai. Chi non vede alcun lato buono nella globalizzazione parla criticamente di “perdita di sovranità” come di una diminuzione, di una lesa maestà. Comunque la vediate è piuttosto difficile che questa interconnessione consenta all’Italia con Fassina, o alla Gran Bretagna con Corbyn, di imboccare la strada del socialismo, della (ri-)nazionalizzazione delle società strategiche, dell’egualitarismo dei redditi e così via. L’estensore di questa nota non pensa che il capitalismo monopolistico finanziario globale sia bello, o buono, o giusto. Né irreversibile. L’estensore di questa nota pensa che sia inevitabile cercare di migliorare le condizioni dei cittadini a partire dal dato di realtà: siamo in questo sistema economico globale; non saranno Fassina e Civati a sconfiggerlo.

Lavorare per migliorare economia e società dall’interno di questo sistema globale è ciò che si chiama ‘riformismo’; ovviamente se non accettate la premessa precedente e ritenete che il sistema, semplicemente, si abbatta (in qualche modo) potete evitare di andare avanti nella lettura di questo post. Adesso il tema, da teorico, diventa pratico: si dovrebbe discutere di quale riformismo, o meglio: quali riforme? Realizzate come, a beneficio di chi… Entriamo a pie’ pari in un terreno squisitamente sociologico, prima ancora che politico. Perché dovrebbe apparire ovvio che qualunque riforma può essere fatta in dieci modi diversi; in cento modi diversi. E qualunque riforma apparirà ottima per alcuni e pessima per altri sia per ragioni ideologiche (vedi sopra) sia perché oggettivamente andrà a toccare determinati interessi, sposterà alcuni equilibri. Anche qui semplifico indicando due linee di approfondimento del tema: il primo – chiamiamolo “teorico” per semplicità – riguarda la complessità sociale, ovvero il fatto che siamo in tanti, siamo diversi, interpretiamo “ruoli sociali” differenti e non è semplice (e non è sempre possibile) trovare una sintesi che accontenti tutti (sul tema – per me fondamentale – della complessità vi invito a leggere questo vecchio articolo). La seconda linea di approfondimento riguarda il particolarismo italiano, che di tutte le risposte alla complessità è probabilmente la più devastante. In Italia è doppiamente difficile fare (per esempio le riforme) perché l’appello a un bene comune superiore suona agli italiani come aria fritta; la rinuncia ai reciproci particolarismi per uno sforzo collettivo che migliorerebbe le condizioni di tutti è un principio ritenuto dai più ragionevolissimo, purché intanto a rinunciare siano gli altri. Ne abbiamo scritto talmente tanto su Hic Rhodus che troverete materiali in abbondanza.

Il frazionismo di sinistra, sempre presente nella storia del pianeta, assume in Italia una connotazione particolare e aggiuntiva, quella dell’individualismo particolarista. Basti vedere come i fuoriusciti dalla sinistra PD, i preesistenti radicali, i sindacalisti con tentazioni politiche, tutti marcino sostanzialmente in ordine sparso. Questo particolarismo non è certamente solo della sinistra, e basta guardare ai continui girotondi e cambi di casacche al centro per capire come l’instabilità sia sempre stata una forte prerogativa del nostro sistema politico. Se guardiamo la storia italiana recente vediamo come questo frazionismo abbia più e più volte impedito alla sinistra riformista di conquistare stabilmente il potere per un periodo sufficiente lungo e sufficientemente non contrastato: dal governo Prodi I nel 1998 alla “non vittoria” di Bersani nel 2013; mentre Rifondazione, Sinistra Arcobaleno, Lista Tsipras e via via tutti gli altri ricevevano consensi politici insussistenti, tali da rendere impossibile qualunque vera azione politica.

Il diritto alla testimonianza e il realismo in politica. A questo punto desidero riequilibrare il mio pensiero richiamando il diritto di tribuna e di testimonianza; si può invocare il grigio realismo finché si vuole, ma gli slanci verso una maggiore equità sociale, l’incessante critica ai privilegi inaccettabili, la denuncia di un sistema economico che non può piacerci non solo è giusta, è necessaria. Senza questo pungolo critico i grigi realisti diverrebbero presto preda di routine accomodanti, accettando compromessi sempre più miserabili. Viva la critica, quindi. L’ultima domanda che dobbiamo porci è quindi la seguente: quanta e quale critica, e fino a dove? O meglio: criticare senza saper fare ha senso? Perché l’accusa principale che si rivolge ai radicali è appunto questa: ottimo criticare (come pungolo, come sprone, come capacità di rinnovare e trovare soluzioni capaci di maggiore equità sociale) ma poi occorre governare; come Prodi ai sui tempi; come Renzi oggi; come diversi dei campioni stranieri esaltati in Italia che, come Tsipras, hanno dovuto imparare il realismo. E siamo arrivati diritti al cuore del problema: io posso avere un orizzonte ampio e articolato e coraggioso di idealità, ma poi devo saper rendere concrete quelle idealità che si possono tradurre, semmai col tempo, semmai parzialmente, in azioni di governo concrete. Questa è la differenza fra avere ideali ed essere posseduti dall’ideologia. Governare vuol probabilmente dire discutere con alleati con linee politiche poco o tanto differenti; sottoporsi a passaggi parlamentari con molte insidie; fare i conti con trattati e regolamenti internazionali; avere attenzione per altri attori in gioco che possono anche essere politicamente avversari ma che non devono reagire – alle nostre eventuali rigidità – danneggiando la collettività. Governare significa avere un orizzonte ideale chiaro, poi fare il possibile per avanzare in quella direzione. I radicali italiani non hanno mostrato, ad oggi, di avere questo profilo.

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