La spirale

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I conflitti in Medio Oriente hanno un esemplare andamento storico triadico, come definito – in tutt’altro campo – da Paul Watzlawick trattando della comunicazione nevrotica (ne ho parlato QUI applicando il concetto alla comunicazione politica italiana, e QUI relativamente al conflitto israelo-palestinese). In sostanza questa triade dialogica non consente un normale scambio stimolo risposta. In questo caso, applicandolo a livello geopolitico, si tratterebbe di decidere – per esempio – di bombardare la base ribelle X in risposta a una determinata precedente aggressione. Tu mi hai aggredito, io rispondo (reagisco, mi vendico, applico una ritorsione dissuasiva affinché tu la smetta); anche nei confronti a due (fra persone o fra nazioni) la teoria dei giochi (in particolare nel dilemma del prigioniero che ho spiegato QUI) dimostra come in questi casi la strategia migliore, a lungo termine, sia quella denominata “colpo su colpo” (tit for tat): se tu stai buono sto buono anch’io; se cooperi anch’io sarò cooperativo; ma se mi colpisci ti colpirò anch’io. In una comunicazione malata, triadica, le cose funzionano diversamente perché non c’è modo di stabilire chi ha scagliato il primo colpo (cui reagire in una logica tit for tat) in quanto ciascuno degli attori in conflitto ritiene di reagire a offese precedenti; io rispondo a una tua offesa, da te messa in atto in reazione (vera o presunta) con mio atto precedente, che io giustifico con un diverso tuo crimine ancora precedente e così via ad libitum. Ciascuna delle due parti ritiene quindi di avere una precisa ragione fondativa della sua aggressività verso il nemico, una ragione storica attorno alla quale costruire un’identità di massa: NOI storicamente offesi dal nemico, noi in credito, noi in pieno diritto di stabilire la nostra verità, vendicarci, ripagarci dei torti subiti. Ma poiché è identica e speculare la fondazione degli avversari, l’odio reciproco viene confermato e giustificato a ogni nuova frizione, a ogni dichiarazione, a ogni sgarbo. E infine in ogni guerra.

605bacb0-6fd3-40c3-8eb8-b0364f8eccfd_medium_p.jpgQuesto è solo un modello descrittivo, ovviamente, e non esplicativo. Per quanto riguarda il Medio Oriente occorre aggiungere due macro fattori di gigantesca importanza: la religione e la complessità delle componenti in gioco. Sulla religione trovate un mare di informazioni, se già non ne possedete un minimo, sulla storica divisione fra sunniti e sciiti, sulle minoranze più o meno giudicate apostate, sul wahhabismo che ce l’ha un po’ con tutti…

Le lotte anche cruentissime fra alcune di queste componenti, in particolare quelle fondamentaliste (wahhabismo, salafismo…) hanno radici lontanissime e profonde e l’eventuale novità, se così vogliamo definirla, è data dalla presenza dei kalashnikov e dalle infinite possibilità che offre un mondo mediorientale collassato (adepti frustrati, canali di finanziamento, rifugi…).

L’altro macro fattore è la complessità delle componenti: quella economica, quella politica, col massiccio intervento di potenze straniere che hanno via via armato o combattuto questa o quella fazione contribuendo a creare altri torti da vendicare. Sopra a tutti (per fermarsi a un’epoca recente senza risalire fino alle crociate) vanno ricordati da un lato il pasticcio del conflitto israelo-palestinese che continua a produrre odio e ragioni generalizzate di conflitto e, dal lato del Califfato, la pessima guerra sovietica in Afghanistan e le altrettanto pessime guerre americane nell’area. La nascita dei talebani prima, poi di Al Qaida (che all’inizio nasce quasi come costola dei talebani), poi del Daesh (ISIS) poi, in realtà, di una miriade di gruppi guidati da soldati di ventura e signori della guerra che usano la sigla del Daesh per convenienza tattica, questa filiera del terrore jihadista è il frutto degli interventi disgraziati di potenze terze spalleggiate – sia chiaro – da potenze locali (Arabia Saudita sopra a tutte) che hanno giocato un Risiko tragico e ora incontrollato.

Il senso che intendo trasmettervi è piuttosto semplice: le ragioni dei conflitti attuali, del terrorismo e di tutte le tragedie cui assistiamo in questo periodo hanno un intreccio di ragioni, pseudo-ragioni, miti e interessi di tale ingarbugliata complessità che in nessun caso, assolutamente in nessun caso, si può immaginare non dico una soluzione semplice (questa può balenare al massimo nelle teste di pensatori quali Salvini e Di Battista) ma una soluzione qualunque accettabile da tutte le parti. Oggi non esiste una soluzione accettabile da tutte le parti in causa. Oggi è impossibile immaginare una road map in grado di far sedere a un tavolo di negoziato i contendenti. E ogni anno che passa, ogni mese, ogni giorno che passa, la spirale involutiva compie un altro giro, i torti da vendicare si sommano ad altri torti, nuovi morti reclamano vendetta, nuove perverse strategie vengono a modificare assetti perennemente instabili rispetto ai quali non si può immaginare alcuna risposta efficace.

È per questo che, paradossalmente, non ci restano che due strade, entrambe tragiche: la prima è l’inazione. Qualche controllo di polizia in più, un po’ più di intelligence, muri e fili spinati alle frontiere, piangere i morti che inevitabilmente seguiranno e vedere come va a finire. Sperando che il prossimo attentato sia in Germania, in Spagna, dove vi pare ma non in Italia, e semmai strizziamo un pochino l’occhio al Daesh, compiacciamo la collusa Turchia, guardiamo da un’altra parte e rimuoviamo gli orrori di una guerra che dilaga in Africa con Boko Haram e in Medio Oriente col Califfato. È una scelta. Non è disprezzabile e non è necessariamente vile. Ma poi guai agli ipocriti, guai ai servizi lacrimevoli sulle ragazze violentate dei miliziani, sui bimbi morti spiaggiati per sfuggire alla guerra, guai ai je suis quelque chose e alle bandierine su Facebook e così via. Possiamo decidere di blindarci e lasciare che il Califfo faccia ciò che vuole, incendi il Nord Africa, minacci l’Europa del Sud… Chi vuole credere che si fermerà lo può credere. Chi vuole credere che ci sia una ragione negoziabile si accomodi per negoziare. Chi crede che sull’onda del successo, favorito dall’ignavia occidentale, non aumentino i fenomeni di imitazione in tutto il mondo e i focolai di ribellione jihadista in aree, oggi, in cui sono ancora contenute, ok, lo credano. Vedremo fra non tanti anni chi aveva ragione.

L’altra tragica strada è evidentemente l’intervento. Con chi? Contro chi? In che modo? Difficile mettere rapidamente d’accordo una Nato che si trova a dover difendere un personaggio compromesso come Erdogan con una Russia che si è schierata con il sanguinario Assad. Eppure occorrerà farlo. Difficile mettere d’accordo la fratellanza musulmana coi laici, portatori di interessi diversi, come in Libia. Eppure occorrerà farlo. Difficile fare qualunque cosa. Specialmente decidere l’inevitabile, mandare truppe di terra perché – come è noto – i bombardamenti servono solo per la propaganda e a far vittime innocenti.

Il punto chiave però non riguarda il come riuscire a imbastire una strategia fra mille ostacoli. Il problema vero e dirimente è squisitamente etico: vogliamo farlo? Sono sinceramente convinto delle ottime ragioni del “Sì” come del “No”. Sono consapevole dei rischi e delle conseguenze in entrambi i casi. Il “No” viene gridato da guide spirituali come Papa Francesco e da riferimenti laici come Gino Strada, per fare solo due nomi; comunque la pensiate non sono voci trascurabili. Il “Sì” ha connotazioni sempre laiche, non religiose e non ideologiche, come quella di Hilary Benn di cui abbiamo tradotto il suo discorso in Parlamento a favore dell’azione governativa anti-Isis.

Comunque la pensiate, questo è il messaggio finale, occorre mettere in pratica il vostro pensiero. Subito. Ognuno faccia le proprie scelte. In maniera esplicita e assumendosene le conseguenze.

One comment

  • Perché Erdogan è solo “compromesso” mentre Assad sarebbe addirittura “sanguinario”? Vorrei ricordare (sommessamente, come si conviene in questi casi) che Assad non è (non credo che sia) il truce dittatore da romanzo d’appendice. È il rappresentante di un gruppo dirigente, o di un’elite se si preferisce, che governa la Siria; credo che al momento faccia ancora parte del governo legittimo con il non trascurabile particolare che è a casa sua.
    Quindi non si tratta di stare con il sanguinario Assad, ma di stare dalla parte del legittimo governo siriano. Forse messe così, le cose appaiono un po’ più chiare. D’altra parte l’altrettanto legittimo governo turco ha usato la scusa dell’Isis per bombardare i Curdi e si è prestato (non credo sia farina del sacco del governo turco) a pugnalare la Russia alle spalle. Tra l’altro la Russia è la sola che combatte l’Isis dopo una formale richiesta del governo di Damasco. Cosa che gli Usa non fanno. Ecco, per cominciare mi piacerebbe che cominciassimo a chiamare le cose con il loro nome, il che aiuterebbe moltissimo a prendere una decisione. Quando Obama dice che Assad se ne deve andare, si comporta come il bullo di classe che pretende di dettar legge in casa d’altri. Anche questo sarebbe bene ricordarlo, anche se il bullo in questione dispone della più imponente macchina da guerra mai vista prima sulla terra. Sono i siriani che devono decidere da chi essere governati. Se tacciamo questo cose, secondo me, stiamo semplicemente buttando alle ortiche il diritto internazionale (di cui in altre occasioni ci siamo riempiti la bocca) con ciò preparando il terreno per altre situazioni come e peggio della Siria.

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