La crisi del pensiero politico e la scomparsa del futuro. Analisi del voto referendario

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Che condizione terribile questa dell’uomo! Non c’è alcuna gioia per lui che non provenga da una qualche ignoranza. (Honoré de Balzac, Eugénie Grandet)

L’eminente Istituto Cattaneo di Bologna spiega i flussi elettorali e la composizione del voto referendario e mostra che il “No” è stato massiccio fra i giovani e fra le periferie geografiche e sociali, con una grossa infedeltà ai partiti di riferimento tranne nel caso del M5S. Da qui in poi l’analisi dipende dalle vostre convinzioni; se – come io penso – nella proposta di riforma costituzionale c’era qualcosa di buono, meritevole di un “Sì” referendario, l’analisi imbocca la strada formulabile in questa domanda: “Perché una riforma strutturale, sufficientemente buona in sé, è stata bocciata proprio dai giovani e dalle fasce sociali deboli?”. Credo evidente che occorra abbandonare il terreno del merito della riforma (sulla quale Hic Rhodus ha insistito per mesi). La riforma non era male; aveva alcuni elementi ottimi e urgenti; ne avremmo beneficiato tutti, e quindi maggiormente proprio i più deboli e svantaggiati; ma non è stato questo il tema del referendum. Onestamente pochi hanno letto la riforma, comparate fonti di giudizio, comprese le ricadute. I più hanno dato un voto di pancia, come chiesto da Grillo o più chiaramente – se in possesso di adeguati strumenti culturali – un esplicito “No” politico (come quello di Lucia Annunziata, che trovate QUI).

Ma indicare nei giovani e nelle fasce deboli il voto avverso è solo un esercizio socio-grafico e non ancora sociologico. Ci occorre un perché?, se vogliamo opporre delle politiche.

1) Contro è meglio. La prima questione, la più evidente specie dopo Brexit e Trump, è che il voto “contro” trascina assai più di quello a favore. Le ragioni sono molteplici: quelle di natura socio-psicologica le ho trattate QUI; a queste occorre aggiungere la pervasività di un’ideologia anti-istituzionale, anti-poteri “forti”, anti-autoritaria (anti establishment) che si traduce assai più facilmente in un “No” a qualunque proposta venga dall’alto e che appaia imposta per qualche oscuro e lontano interesse, letto come contrario a quello popolare (questo è il caso della TAV e di moltissime altre iniziative osteggiate da comitati di cittadini; ne ho parlato QUI).

2) L’impossibile mobilità sociale. Diversamente da qualche decennio fa la mobilità sociale appare bloccata, o difficile da infrangere: i giovani si sentono senza prospettive, le periferie si sentono dimenticate, il Sud si sente penalizzato… E questo “sentire” non è necessariamente una sensazione errata; il Sud è abbandonato da sempre, sulle periferie si operano interventi sporadici e inefficaci; i giovani rappresentano, drammaticamente, una generazione sprecata, con la dissipazione di un capitale sociale irrecuperabile. Tutto questo indica, semplicemente, che sono mancate le politiche giuste. Non si è investito adeguatamente e convintamente in scuola e ricerca; non c’è stata un’organica e strutturale politica di sostegno al reddito, e sul lavoro il Jobs Act non è evidentemente stato sufficiente; la qualità della vita nelle nostre città (che include la percezione sulla sicurezza) precipita; ma soprattutto la politica ha mostrato la sua distanza, senza programmi e conseguentemente senza capacità di farsi ascoltare, di attrarre e convincere con una visione.

3) Il populismo. Vari commentatori si affannano a dire che il populismo non c’entra nulla. Non sono d’accordo. Il populismo è la risposta. Se utilizziamo un concetto di |populismo| corretto, ciò a cui assistiamo in tutto l’Occidente è esattamente la risposta populista alla complessità sociale da un lato, e alla mancanza di risposte politiche dall’altro (poiché anche la politica è travolta dalla complessità…).

4) La falsa promessa del terzo millennio. Questo quadro negativo si inserisce inoltre in un contesto contraddittorio; l’attualità tecnologica e globalizzata continua a urlare le sue false promesse: siamo tutti interconnessi, il mondo è diventato piccolo, possiamo essere virtualmente in tutti i luoghi facendo molteplici (apparenti) esperienze; sappiamo tutto di tutti in tutto il mondo; siamo circondati dalle all news, dai like e dagli insight ma siamo sempre più soli, più realmente isolati e più pieni di dubbi. Anche i Neet e i mendicanti nordafricani hanno lo smartphone ma faticano a mettere assieme il pranzo con la cena. Il mondo di latte e miele c’è, è là a pochi passi, ma quei passi mi sono impediti. Sono interconnesso ma non mi posso spostare. So cosa succede in Cina ma non capisco cosa succede a me. Questa frustrazione globale non può che produrre una rabbia indistinta. Di chi la colpa se non dei potenti?

5) La fine del futuro. Tutta questa situazione, di sofferenza e incertezza, chiude alle speranze di futuro. Il futuro appartiene a qualcun altro, sarà forse bello o forse brutto ma sarà per pochi. La fine del futuro significa, qui, interruzione del flusso sociale dell’esistenza; impossibilità a immaginarsi come individui domani, e come mondo dopodomani; incapacità conseguente a pianificare e organizzare la propria vita. I giovani soprattutto, ma anche nelle aree geografiche e sociali del disagio e della marginalità, vivono il presente, un continuo presente di promesse frustrate, di isolamento sociale, di senso oppressivo di inadeguatezza. È a costoro che il Potere ha chiesto di approvare una riforma costituzionale, e la risposta è stata “No al potere”. No al potere e ai suoi giochi, alle sue politiche astratte, ai suoi privilegi e alla sua incapacità di essere guida. Ecco: No all’incapacità di mostrare un futuro, di avere una visione, di saper chiamare a raccolta i cuori per un’avventura di dignità, valorizzazione del capitale umano, progresso come tale percepito da tutti.

Un’autocritica. Quando su Hic Rhodus ci siamo spesi, non poco, per argomentare con serietà il buono e il cattivo della riforma, giungendo alla conclusione che tutto sommato sì, si poteva approvare e votare favorevolmente al referendum, non abbiamo parlato a nessuna di queste persone, che probabilmente non leggono il nostro blog. Abbiamo pensato di rivolgerci a un pubblico culturalmente preparato, vagamente razionalista, capace di pensare alla riforma in una prospettiva di futuro. Ma questo pubblico oggi è minoranza. Oggi mancano gli stimoli per pensarsi in un processo temporale complesso, in qualche misura pianificabile con razionalità. Oggi il futuro manca sempre più, ad aree sempre più ampie di popolazione nel mondo (non sto parlando di Italia); per avere una sensazione di futuro occorre una visione; una grande visione; e un leader credibile che incarni quella visione. Un leader capace di parlare a chi ancora si aggrappa a brandelli di futuro come a chi il futuro non lo concepisce proprio. Un leader a capo di una maggioranza capace di varare politiche sociali ed economiche che parlino di futuro; capace di sollecitare pensieri e quindi azioni proattive. Ma a monte serve una visione, che non significa ideologia, che non significa chiesa, che non significa avventurismo o mera fantasia. Una visione che possa essere condivisa da chi il 4 Dicembre ha votato No come da chi ha votato Sì, perché solo una grande visione di futuro potrà colmare il solco che divide il popolo italiano da troppi anni.

5 commenti

  • Piero Indrizzi

    Tutto vero, tutto bello……………….ma utopia !!

  • Gaspero Domenichini

    Forse sarebbe utile, per le finalità di quello che si dice nell’articolo, sapere come si sono orientati i lettori di Hic Rhodus.
    Io, per esempio, ho votato “No”, ed abbastanza convinto, nonostante non mi reputi “sufficientemente informato” (da sempre sono contrario all’uso che si fa dei referendum, e quasi anche all’istituzione stessa del referendum) e non sia un disfattista.

  • La Prof. I.

    Ho letto con interesse il vostro articolo. Ma sul finale… Ecco di nuovo “il problema dell’assicurazione”. Lo chiamo io così, è la semplice constatazione che le persone (almeno quelle con cui ho a che fare io) non investono nulla, dai soldi al tempo, nel futuro. Per esempio una valida progettazione del lavoro, un verbale di riunione scritto con i dovuti crismi, una riunione in più per confrontarsi sul quanto svolto e sui problemi più comuni: tutte cose che servono tantissimo ma non si fanno. Sembra che, se non si vede un beneficio nell’immediato, non si faccia nulla, non si investa né tempo né energie, tanto meno denaro. Come è possibile pensare di investire in giovani, cultura e ricerca? In questi campi ci vogliono generazioni per vedere effetti e cambiamenti. Questione di lungimiranza?
    Ogni tanto mi sento davvero pessimista e la lungimiranza è rimasta solo a poche mosche bianche che con un poco di razionalità vedono il mondo che li circonda.

  • Giulio Bizzaglia

    Interessante come impianto chiarificatore e argomentazioni, condivisibile in quasi tutto. Soltanto quasi, perché a mio avviso l’auspicio finale dell’avvento di un leader non è in linea con il tono laico del testo. Perché occorre “un leader che incarni quella visione”? A me basterebbe una normale (onesta, responsabile, capace eccetera) classe dirigente, anche perché soffro un po’ l’idea del capo carismatico, il solo capace di determinare l’atto di governo, il “cambiamento”. Molto meglio condividere (tra tanti, tra tutti) una visione, lavorando quotidianamente per curare l’assetto sociale. Cosa che da sola è già una “grande visione di futuro”.

    • Grazie di leggerci. Mi rendo conto che la dichiarazione finale può infastidire ma ho smesso da tempo di credere nella capacità popolare, dal basso, di costruire visioni e politiche. Sul blog potrà trovare molti post che argomentano in questo senso. Questo non significa, per me, delegare a un Grande Capo, semmai autoritario, ma confidare nelle élite intellettuali (in senso piuttosto ampio, come ho spiegato altrove). Credo che serva un’élite capace di elaborare le idee, e un suo rappresentante con sufficiente carisma e autorevolezza per trasmettere l’idea a una platea vasta che quindi, come dice lei, condivide, lavora e indubbiamente contribuisce alla correzione dell’idea stessa, una volta che l’ha fatta sua. Questa mancanza di fiducia nella possibilità delle masse di auto dirigersi è piuttosto antica, indubbiamente politicamente scorretta, oggi, in epoca di populismo, ma preferisco essere chiaro (nel mio pensiero) piuttosto che parte del mainstream.

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