Qualcosa sul 25 aprile

È la ricorrenza della “liberazione dall’occupazione nazista e dal regime fascista”; una festa nazionale, civile, sempre più sfocata man mano che passano gli anni e ci si allontana da quella data (25 aprile 1945) assai più simbolica che storica, più di passione che di ragione. Quest’anno poi, che cade in un periodo di cautele imposte dal virus, ci sono anche le polemiche aggiuntive della lesa maestà verso chi vorrebbe impedire, o limitare, la manifestazione.

Un paio di decenni fa sarebbe stato impossibile aprire una discussione in merito; ancora oggi il solo volerne discutere – diciamocelo – puzza di destra lontano un miglio. Ma noi di Hic Rhodus ce ne infischiamo assai e proponiamo alcune considerazioni certamente poco comode.

La storia

Innanzitutto la data è meramente simbolica; la resistenza italiana non nacque certamente quel giorno; i moti iniziarono il 25 aprile a Milano ma proseguirono poi in tutto il Nord Italia nella settimana successiva e non scordiamoci che già il 29 aprile a Caserta fu firmata la resa, effettiva poi dal 3 maggio. Insomma: non ci siamo liberati da soli, non è stata quest’ultima insurrezione a far cadere il regime e arrendere i tedeschi… Tutto precipitava e il Comitato di Liberazione Nazionale fece semplicemente una sortita liberatoria, rivendicativa ma anche gioiosa – in un certo senso – che nulla aggiunse e nulla tolse alle dinamiche militari già in atto. Questo ovviamente non vuole dire nulla sul simbolismo della liberazione; anzi: ne aumenta – appunto – il valore simbolico, politico, a scapito di quello fattuale.

Sul valore militare dell’intera resistenza occorre dire che la verità storica non coincide un granché con quella politica: secondo John Keegan, La Seconda guerra mondiale (Il Saggiatore, 2018)

L’attività della resistenza italiana diede poco fastidio ai tedeschi,

e così in generale tutti i movimenti di resistenza europei che

Fallirono tutti, al prezzo di gravissime sofferenze da parte dei coraggiosi patrioti coinvolti, ma a un costo minimo per le forze tedesche che li repressero; di conseguenza, tutte le altre attività minori e preliminari delle forze di resistenza, delle quali costituirono il coronamento, devono essere considerate, con una valutazione obiettiva, azioni irrilevanti e inutili.

Con l’eccezione delle azioni dietro le linee tedesche in Russia e Jugoslavia.

Questa precisazione è utile allo scopo di moderare, e ridimensionare, quel trionfalismo di cui oggi, fortunatamente, si sono di gran lunga perse le tracce più manifeste, ma in voga per decenni dopo il conflitto; che gli italiani, cioè, si siano guadagnati la democrazia con le armi in pugno, pagandola con vite e sofferenze. Così non è stato. Ci furono vittime, ci furono sofferenze, e lo scopo simbolico e politico resta chiaro e onorevole (mostrare che non tutti gli italiani erano fascisti e codardi; e che un nucleo di resistenti non solo c’era, ma era disponibile a pagare il massimo prezzo per le loro idee di libertà). Un trionfalismo che ha concorso a un sottile revisionismo storico, lo stesso che ha per lungo tempo negato le foibe e che ancora oggi è infastidita da quel ricordo.

La liberazione d’Italia dal nazifascismo è stata il frutto dell’inettitudine militare del fascismo italiano, del crollo della Germania nazista sconfitta sul campo dagli Alleati, dell’immane sacrificio sovietico e dello sforzo bellico statunitense. Se – per dirla tutta – Mussolini non fosse stato ingenuo e avventuriero, e avesse accettato le lusinghe franco-britanniche standosene buonino, avrebbe fatto la fine di Franco in Spagna, che ha mantenuto la Spagna pacifica e fascista fino a metà degli anni ’70 (semplicemente perché, poi, morì all’età di 83 anni).

Gli italiani insomma, come più volte spiegato su questo blog, non stavano così male col fascismo, che portarono al potere in trionfo; la storia italiana, del popolo italiano, non può essere confusa con quella di Amendola, Gobetti, Gramsci, Rosselli e pochissimi altri eroi che pagarono il loro dissenso chi con la vita, chi col confino. Occorre ricordare che il manifesto degli intellettuali antifascisti (1925) ebbe una certa risonanza e seguito quando ancora il regime non era consolidato, e solo nell’élite; ma giusto un lustro dopo, quando il regime chiese ai docenti universitari italiani di giurare la loro fedeltà al fascismo, di 1.251 che erano solo 18 rifiutarono, né ci furono quelli legati alla sinistra su (maldestro) consiglio di Togliatti.

Riepilogando, quindi: benissimo ribadire la nostra attuale volontà antifascista, in un’epoca in cui il fascismo, con nuovi volti e nuovi (antichi?) stili cerca di rialzare la testa in Europa e Italia, ma attenzione: non commemoriamo l’italia antifascista che avrebbe battuto il fascismo mussoliniano (o contribuito ad abbatterlo), ma ricordiamo l’Italia intrinsecamente fascista militarmente sconfitta grazie a forze esterne col plauso di una manciata di italiani resistenti. Se non partiamo da qui, da questo esame di realtà, non andremo da nessuna parte perché continueremo a illuderci su una carattere italiano inesistente, su origini eroiche solo vantate, su una democrazia connaturata che invece è avversa al DNA nazionale.

Il simbolismo e la politica

Chiarito quanto sopra, l’antifascismo commemorativo (quello del 25 aprile, quello di Bella ciao, quello dell’ANPI…) può avere un senso solo in quanto simbolo, e conseguentemente come politica testimoniata, affermata: è il simbolismo del “mai più”, del “ribadiamo la nostra vocazione democratica” e così via ma, come tutti i simboli, anche questo è fortemente contestualizzato; valeva – e fortissimamente – all’indomani della liberazione e negli anni successivi; valeva nei primi decenni in cui il bipolarismo era forte e gli eredi di Mussolini erano ancora parte del ventre molle italiano; valse via via di meno, poi, man mano che i testimoni di quell’epoca ci lasciavano per fare posto a un mondo che diventava, e velocemente, molto diverso.

Se provate a raccontare a un ventenne quell’antifascismo, farà decisamente fatica a capirlo: capire la privazione delle libertà personali in un’epoca di (apparenti) totali libertà; capire le paure (le bombe, i rastrellamenti…) in un’epoca dove il massimo della paura è per uno stupido virus; capire la miseria e la fame nera in un’epoca di pomodorini cinesi, datteri marocchini, goji e Amazon Prime. E capire (questo, in realtà, dovrebbe essere il punto) cosa possa significare il fascismo nel Terzo Millennio; perché oggi siamo immersi in un delirio massimalista, sovranista, intollerante e violento che si può, con qualche diritto, definire ‘fascista’, ma che non assomiglia più a ciò che accadeva CENTO ANNI FA (la data “ufficiale” della nascita del fascismo è il 1921…).

Vedere, oggi, i nuovi volti del fascismo, è molto difficile. Nessuno è picchiato a morte, al massimo è blastato su Facebook; nessuno è condannato per le proprie idee, ma il pensiero di massa e omologato esercita una potente e impalpabile coercizione; difficile immaginare una Guerra Mondiale in Europa, ma forme di guerra nuove sono da lunga pezza alle nostre porte e attacchi diretti ci hanno più e più volte ferito. Non c’è il MinCulPop né il Grande Fratello orwelliano, ma abbiamo ceduto porzioni importantissime di libertà a favore di apparenti sicurezze formali. 

Quindi sì, dobbiamo affermare e riaffermare la nostra contrarietà al fascismo, quello mussoliniano, anche, perché qualcuno semmai lo rimpiange; ma soprattutto quello nuovo, quello attuale, che si connota assai meno del precedente. Noi dobbiamo combattere l’intolleranza, il massimalismo, l’ottusità, il pensiero massificato, la stupidità violenta, l’opportunismo trasformista, il suprematismo di ogni specie, l’antiscientismo, l’antieuropeismo, il clericalismo… Tutti elementi che furono – nei tempi loro – caratterizzazioni del fascismo del ventennio.

Attualizzazione dell’antifascismo

Se quindi dobbiamo attualizzare il nostro antifascismo dobbiamo fare i conti non più con le vecchie categorie politiche (sopra a tutte: destra e sinistra) ma con l’emersione di stravolgimenti politici importanti, primi fra i quali la profonda penetrazione di una cultura populista in tutte le componenti sociali e politiche italiane. 

Il populismo è il male. È il nuovo fascismo.

Il populismo è il male, è il nuovo fascismo, e non ha a che fare solo con la destra politica, con Salvini per intenderci, che certo ne è un interprete particolare; con Meloni, che rappresenta una concezione “vecchia” di populismo fascistoide; con Di Maio, Grillo e il grillismo, nemici supremi per ragioni espresse molte e molte volte su questo blog. C’è anche un deteriore populismo di sinistra, che fa meno danni solo perché non ha appeal e viaggia su numeri infimi di consensi; c’è un populismo riformista – che a me fa piangere sangue – che ultimamente è interpretato da Renzi. C’è il sempreverde populismo (questo sì, abbastanza massimalista) dell’ANPI la cui funzione storica, sociale, culturale, onestamente oggi mi sfugge.

Oggi l’antifascismo è antipopulista, oppure non è.

Oggi l’antifascismo è antiomologazione, antimassificazione, anti pensiero mainstream, oppure non è.

Oggi, quando tutte le nostre libertà sono insidiate nell’ignavia popolare, quando il governo è composto da trasformisti della specie peggiore nel peggiore momento della nostra Repubblica, essere antifascisti ha un senso profondo se è lotta cosciente e consapevole per il riformismo razionalista, per la scienza e la laicità, per l’Europa unita, per l’inclusione con merito, per l’uguaglianza dei diritti nella condivisione dei doveri, per un linguaggio pulito, consapevole, non obbligante

Quindi, tornando a parlare di simboli, così importanti, smettiamola di cantare Bella Ciao, smettiamola di definire la nostra Costituzione la più bella del mondo, smettiamo di vantarci del patrimonio Unesco che sarebbe all’80% in Italia (non è vero), smettiamola con le piccole e grandi boiate consolatorie (la maglietta rossa per gli immigrati, gli striscioni sui balconi) mentre continuiamo a fare gli imbecilli nella pratica. 

Ragioniamo. Pensiamo. Testimoniamo. Controlliamo ciò che diciamo. Non rilanciamo notizie false. Non consoliamoci sterilmente. Non giustifichiamo MAI gli imbecilli e gli ignoranti. Non tolleriamo i no vax. Prima viene la ragione. Esponiamoci singolarmente. Evitiamo i mucchi indistinti. Diffidiamo di chi ha certezze senza prove e con argomenti fallaci. 

Resistiamo.

Buon 25 aprile.

P.S.: Alcuni testi di segno opposto a quanto scritto in questo post: