L’Italia è un’espressione geografica

Un disperato Galli della Loggia fa l’elenco dei mali d’Italia titolando che la realtà del Paese ci sta scappando di mano; il Ministro Minniti è informato dell’invivibilità delle nostre strade? chiede retoricamente; la Magistratura ha voglia di occuparsi, come dovrebbe, degli interessi dei cittadini o vuole continuare solo a criticare l’esecutivo quando tocca i suoi interessi? chiede ferocemente.

Galli della Loggia parla di quartieri di grandi città in mano allo spaccio, pericolosi per i cittadini dopo certe ore, fuochi che divampano prendendo rarissimamente i piromani (in questi giorni, eccezionalmente, le autorità si sono mosse un po’ di più), privati che si approfittano impunemente di spazi pubblici, stazioni ferroviarie diventate luoghi da affrontare con sprezzo del pericolo. Ma molto altro avrebbe potuto dire l’Autore. I treni stessi – non solo le stazioni – in mano a bande di teppisti dopo certi orari; l’abuso dei bancarellari, centurioni, imbroglioni vari che molestano sistematicamente i turisti, non solo a Roma, con la sostanziale copertura della autorità; tassisti osceni; albergatori da campo di rieducazione, fra i principali artefici del declino dell’Italia nel mercato turistico internazionale; abusi a tappeto, nello spregio della sicurezza, del paesaggio, della logica; ufficiali pubblici di un’arroganza stratosferica, quasi superiore alla loro ignavia e incapacità; diritti sanciti per legge mai certi, mai assicurati, da riconquistare ogni volta solo assumendosi l’onere dello scontro con l’Autorità; scuole desolanti quanto i gruppi Whatsapp di mamme che cicaleggiano supponentemente di quanto sia sbagliato il menù scolastico con tutte quelle verdure; antivax; servizi pubblici da terzo mondo; Fondi europei gettati – a miliardi di euro – dalla finestra, anno dopo anno, decennio dopo decennio; riforme impossibili perché si erge sempre un blocco, una lobby, una categoria provvista debitamente di legittimo sindacato che si mette di traverso; una politica estera che fa ridere i polli, che si regge su diplomatici e funzionari fra i più pagati al mondo che usualmente non conoscono neppure la lingua del paese in cui operano; i bambini più maleducati del mondo; i genitori più vacui del mondo; il debito pubblico che continua a crescere come le buche delle strade, e ci si chiede dove finiscono questi soldi; la sagra del tortello sponsorizzata dal Comune mentre strutture d’eccellenza vivono di elemosina o chiudono; giovani che vanno all’estero e migranti analfabeti che entrano disperati e chiudiamo nei lager; le mafie che prosperano; i politici ladri e quelli nani, tertium non datur; una burocrazia cieca e devastante, una legiferazione continua e capillarmente assurda; alluvioni e frane d’inverno, incendi e mancanza d’acqua in estate, segni di un’abbandono della tutela del territorio che anno dopo anno ci ripropone gli stessi disastri; i furbetti del quartierino; i furbetti del cartellino; i capitani coraggiosi; i diritti acquisiti (miei) e quelli egoistici (degli altri); il Papa che ci spiega l’economia, la CEI che ci insegna cosa fare coi migranti o fra le lenzuola; Macron, Merkel, Trump e i pochi altri che contano che non ci filano neppure di striscio; Di Maio che ambisce al titolo di premier italiano più ignorante e stupido della storia italiana; Renzi che ha perso totalmente la bussola; Gentiloni; i cani che scacazzano ovunque senza che gli altri cani (quelli che li tengono al guinzaglio) si sentano in dovere di pulire; gli scontrini fai da te per gonfiare i rimborsi spese; l’evasione sistematica, la furbizia elevata a sistema, tutti contro tutti e a me che me ne frega?

Se sono stato troppo pessimista ditemelo pure ma credo di avere, come voi, decine di aneddoti sull’Italia che non funziona; e non funziona non per colpa di altri, ma per la colpa di ciascuno di noi. Ciascuno di noi è un commerciante, un insegnante, un operaio, un giornalista, un amministratore di qualche cosa, che vede il malaffare, l’irregolarità, il profittare, il parassitismo nel proprio ambiente, e che semmai lo denuncia indignato su Facebook, semmai chiama le Iene, ma raramente si prende la briga di farsi attore di una azione di censura, di un comportamento esemplare, di una qualche pressione sociale da agire sui cattivi comportamenti pubblici e privati per stigmatizzarli, isolarli, bandirli. Insomma, ho la penosa convinzione che i magistrati arroganti, i politici disonesti, gli impiegati pubblici lazzaroni, i ferrovieri indolenti, gli insegnanti ignoranti, i giornalisti falsificatori, i bottegai evasori, i medici scorretti, i preti puttanieri, i comici capipopolo, insomma, come dicevo, ho la penosa impressione che siamo noi, tutti noi, chi consapevolmente chi no, chi scientemente e chi non credendo, poi, di far male a nessuno per quell’abusivino, per quella frode insignificante, per quel piccolo profittare, ma sì, dai, se non lo facessi io lo farebbe qualcun altro; ma sì, dai, non lo fanno forse tutti? Ma sì, dai, siamo italiani. Brava gente.

Hic Rhodus parla da sempre di questa minorità italiana, questo limite antropologico che appare insormontabile e che è noto da secoli; siamo eccezionali, creativi, straordinari, ingegnosi, simpatici (per non dire dell’arte amatoria!); ce lo diciamo fra noi, sia chiaro, mentre la capitale dell’arte, della cultura, della moda, dell’architettura, del turismo, dell’accoglienza, dell’artigianato, della competenza tecnologica, del cinema, etc. etc. è ovunque tranne che in Italia. Una volta, sì, avevamo la compagnia aerea più innovativa al mondo, l’industria cinematografica più invidiata, una letteratura di spessore, una politica estera importante almeno nel cortile di casa, degli statisti di livello internazionale, degli imprenditori eroici e capaci… ero bambino io, figuratevi! Dove sono finiti tutti? I pochi eroi civili, oggi, dove sono? Cosa fanno? Ho mente dei nomi, sì, perché ci sono; hanno quasi tutti un inutile ruolo di testimonianza, gridano al vento, racimolano retorici assensi dall’alto e inutili like dal basso. Siamo preda di familismo, personalismo, clientelismo, affarismo di rapina, Francia o Spagna purché se magna, … Ne scriviamo da tanto, dicevo, e non so se convenga ribadire qualcosa. La Mappa 26 che trovate qui sotto vi offre certamente una buona selezione di testi, su vari argomenti, ciascuno dei quali capaci di togliere l’appetito, o il sonno, a chi vorrebbe un’Italia per niente straordinaria ma, semplicemente, normale.

Ed ecco la Mappa 26, che vi proponiamo con l’importante avvertenza che abbiamo scritto molto di più per ciascuna sezione; i testi qui riepilogati sono veramente solo un piccolo campione. E questo, naturalmente, è un ulteriore motivo di tristezza.

Mappa 26 Antropologia italica

Questi i link ai post citati:

Alle Origini

Il male dell’anima

Una povera politica

Conseguenze strutturali (e veramente qui trovate decine di articoli su HR!)

Conclusioni?

 

7 commenti

  • Post inequivocabile,vero,reale
    L’italia è un paese fascista e mafioso in termini antropologici
    Come dico ormai da tempo ,l’occidente è in declino inesorabile
    Saranno i cinesi a governare il Mediterraneo e l’Africa e,io non vedo
    La maggioranza degli italiani è senza DIGNITÀ
    Grazie e complimenti per il post

  • Piero Indrizzi

    Concordo su tutto, solo che io ho fatto la mia parte, e quindi non ho il minimo rimorso personale. Ma la realtà è quella che racconti e non riesco a vedere alcuna soluzione. Forse anche fuori hanno i loro problemi: mi viene in mente Bush, la Clinton, Trump ecc. ecc.

  • maurizio sulig

    Posto qui questa cosa che ho scritto e già pubblicato in un altro contesto, riferito al mondo delle FA.

    CHI È COLPA DEL SUO MAL

    Premessa: da tempo ho sviluppato una violenta allergia per la locuzione “Ai miei tempi…” e per coloro che ne fanno uso abituale. “Ai miei tempi”, come tutti, sono stato preso in consegna da persone più grandi di me che mi hanno fatto capire che le cose non “succedono”, ma vanno concepite, organizzate, condotte e controllate in profondità e con continuità. Mi hanno insegnato che il successo è frutto per il 10% di ispirazione e per il 90% di applicazione (e sudorazione). Mi hanno detto che da una persona si può ottenere pressoché qualunque cosa, ma che questa cosa deve avere un senso. Mi hanno detto che non esiste compito tanto umile da non avere una sua importanza nell’economia generale e da non meritare attenzione e controllo, e che se qualche cosa deve essere fatta, tanto vale farla bene: non c’è bisogno di doverla rifare, e c’è pure il caso di ricavarne soddisfazione. Mi hanno insegnato che per ogni organizzazione – ditta, ufficio, studio, unità, reparto – e per ogni compito a essa assegnato c’è una funzione principale, e tutto il resto è di supporto e accessorio. E soprattutto mi hanno detto che il motivo per cui in ogni organizzazione, a ogni livello, c’è un capo, o un comandante, è che serve qualcuno che prenda delle decisioni. Al suo livello, nell’ambito dell’autonomia delegatagli, ma che decida. Questo mi hanno detto, e coerentemente si sono comportati, non facendosi alcun problema a farmi notare, spesso con modi assai franchi e diretti, quando qualcosa di quel che facevo non andava.
    Eh sì, “ai miei tempi” le cose andavano in modo diverso.
    Poi però, come è nella logica delle cose, è arrivato il turno della mia generazione di prendere in consegna le nuove leve e di indirizzarle e formarle. E, quindi, se le cose che vediamo non ci piacciono, di chi mai sarà la colpa? Delle scie chimiche, del Priorato di Sion, del Diabolico Fu Manchu o, piuttosto, siamo stati noi, quelli che hanno avuto in mano l’Esercito negli ultimi quarant’anni, a non essere stati all’altezza del compito?
    Io credo che buona parte dello stato attuale delle cose debba essere imputato al nostro aver voluto credere che quello delle armi fosse un mestiere esauribile nell’arco dell’orario lavorativo di una settimana corta. All’aver preteso di soddisfare le aspettative di ruolo non con la severa selezione dei migliori ma garantendo a tutti delle fantomatiche “legittime aspettative di carriera” legate sostanzialmente all’anzianità trascorsa senza incorrere in incidenti di percorso. Abbiamo inseguito l’accettazione di un’opinione pubblica che cambiava a colpi di concerti in Caserma, e li abbiamo fatti seguire da umilianti corvée come quella dei Lagunari messi a ripulire Venezia dopo il concerto dei Pink Floyd nel 1989 e da unità dell’Esercito di campagna riciclate in distaccamenti – non si sa bene perché armati – della Protezione Civile (la Fo.P.I., Forza di Pronto Intervento). Siamo riusciti a ridurre una cosa delicata come scegliere a chi affidare uomini, reparti, unità, a una cosa da sbrigare come un’incombenza fisiologica: il presupposto indispensabile per essere presi in esame per l’avanzamento al grado di Colonnello, dall’aver dimostrato di saper comandare con competenza e successo un battaglione che sacrosantamente era, è stato trasformato in “aver assolto degli obblighi di comando previsti per legge”. Tale orrida locuzione in burocratese stretto significa che tutti, ma proprio tutti, devono comandare un battaglione (o un reparto equivalente). Siano dei Patton redivivi, degli onesti professionisti o dei polemarchi da scrivania con l’unico merito di non aver fatto troppi danni, non importa: aggiungiamo le già menzionate “legittime aspettative di carriera” e l’epitaffio del merito e della capacità è bello che scritto.
    Abbiamo colto, delle esigenze emergenti del mondo connesso e globalizzato, gli aspetti suscettibili di favorire carriere nuove e redditizie (in termini di immagine, conoscenze e quindi prospettive future): Pubblica Informazione, CIMIC , InfoOps . Sono tutte funzioni importanti, importantissime in operazioni volte alla stabilizzazione e alla ricostruzione di aree di crisi, ma sono funzioni di supporto, e invece sembrano (mi sembrano, almeno) avere assunto preminenza sulla funzione per assolvere la quale gli Eserciti sono stati costituiti, vale a dire il combattimento. Abbiamo voluto dimenticare che uno specialista delle relazioni con la stampa, o del cerimoniale, o del personale, ben difficilmente è uno specialista delle operazioni sul terreno, quelle in cui ci si sporca, in tutti i sensi, e affidargli truppe da portare in combattimento non è forse questa gran mossa.
    Fra le cose che ho imparato c’è, infatti, che la scala su cui si sviluppano e le modalità con cui vengono condotte le guerre odierne potranno essere cambiate rispetto ai tempi dello Sbarco in Normandia, ma la natura ultima della guerra non è cambiata. E questa natura, l’ho detto e lo ripeto, continua a essere violenta: qualcosa si rompe e qualcuno si fa male, per quanto selettivo e limitato e chirurgico possa essere l’uso della forza. E un’altra cosa che ho imparato, e che discende direttamente da questa, è che per la pattuglia che è entrata in contatto con il nemico (pardon, con gli Insorti, che suona meglio) non vi è assolutamente nessuna differenza fra il trovarsi in Afghanistan nel 2016 o a Cassino o a Bastogne o a Monte Lungo o a Iwo Jima nel 1944-1945: spari, esplosioni, grida, urla, paura, orrore sono esattamente gli stessi. Ed è la mia generazione ad avere, in molti casi, voluto rimuovere questa consapevolezza, ad avere in molti casi preso la comoda via dello smussare gli spigoli di realtà che sarebbero potute risultare sgradite. Siamo riusciti così ad affidare reparti ai “prefati” (cit.: scrivono così, e già questo dovrebbe insospettire) Templari della Nota, Cavalieri della Circolare, Moschettieri dell’Appunto, e ad inviarli nel posto più caldo fra quelli in cui i nostri reparti sono impegnati nel momento più delicato di una missione, riuscendo pure a stupirci che i risultati non fossero esaltanti. Ripeto che non nutro preconcetti verso alcuna area funzionale o mansione, e che apprezzo l’importanza di ognuna di esse, per quanto poco militarmente sexy possa apparire. Ma lasciatemi fare un esempio storico. Penso che si possa affermare che il Maggior Generale Stephan G. Henry, Deputy Chief of Staff-Personnel dell’Esercito degli Stati Uniti dal 1944 all’ottobre del 1945 fosse un Ufficiale capace. Diciamo anzi che doveva essere un organizzatore di tutto rispetto, per mandare avanti una macchina che, nell’ultimo giorno di guerra, si occupava di 12.209.238 marines, soldati, marinai, aviatori, uomini e donne, vivi, feriti, morti, schierati dalla Germania al Giappone, da decorare, rimpatriare, trasferire, congedare, promuovere. Ma nessuno gli diede da comandare una Divisione in combattimento , neanche il 7 maggio 1945 .
    Perché? Forse perché ognuno deve fare il suo mestiere e, checché sia riuscita a combinare la mia generazione, i reparti non sono palcoscenici dai quali potersi mettere in mostra, anche se molti non sembrano pensarla così.
    Siamo stati noi a definire strutture e procedure che rispondono alle esigenze dell’amministrazione della routine di guarnigione in tempo di pace, più che alle esigenze dell’entrare in combattimento e uscirne vincitori.

    Ve lo mando solo per dire che l’elenco dei settori che stanno inesorabilmente collassando é ancora più lungo di quello tratteggiato nell’articolo una volta di più, siamo in piena sintonia.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    In Italia si ode di frequente l’invito a imitare gli altri popoli. Dal canto loro – aggiungo io – danesi e altri popoli nordici potrebbero cercare di divertirsi senza indulgere eccessivamente all’alcol, suicidandosi anche un po’ di meno; fare come gli italiani per intenderci. Molti dicono: “È meglio copiare che inventare. Perché allora non si copia?” Io sono d’accordo: noi dovremmo vedere come altri popoli hanno risolto certi problemi pratici, che ci affliggono a casa nostra, e cercare di adottare i loro metodi vincenti. Ma occorrerebbe, contemporaneamente, fare in modo che i singoli italiani cambino mentalità e comportamenti, se si vuole che questi ipotetici metodi importati funzionino. Gli italiani dovrebbero quindi abbandonare il loro narcisismo e protagonismo, la loro furbizia, il “familismo” ad oltranza, la faziosità, la rissosità, il cinismo accoppiato al gusto per la predica moralizzatrice, e via enumerando… Ma sarebbero disposti gli italiani a cambiare carattere? A ridurre il flusso delle loro continue chiacchiere e lamentele? A fare a meno delle demenziali discussioni del “dopo partita”? A spegnere la televisione, invece d’ingozzarsi quotidianamente con quei tragici programmi televisivi in cui gli esperti di turno, parlando tutti nello stesso tempo e insultando gli avversari, risolvono istantaneamente, a parole, ogni problema possibile e immaginabile? E infine: sarebbero pronti gli italiani ad abbandonare quella loro smodata passione per il teorico e per le strategie globali che li incita a offrire una formula tutta pronta per i problemi dell’Italia e dell’umanità, nella convinzione un po’ cinica che il modello nazionale straniero sia una sorta di “prêt-à-porter” da indossare opportunisticamente e con disinvoltura? Invece di tentare – compito terribilmente arduo – di cambiare se stessi?

  • Piero Indrizzi

    HO RILETTO L’ARTICOLO PIU’ ATTENTAMENTE: NELL’ELENCO MANCANO FORSE UN CENTINAIO DI DISFUNZIONI, TRA CUI LE BANCHE E LA VIGILANZA!

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